Mi sto appena riprendendo dai postumi di una sbronza, ma il forte odore d’ascella, misto al lieve ondeggiare del mio corpo pressato tra gli altri, non aiuta. I semafori, in questi casi, sono sempre rossi.
Un vecchietto si è preparato davanti alla porta chiusa e aspetta da dieci minuti la sua fermata. Alcuni ragazzi scambiano occhiate e commenti da uomo quando il signore finalmente scende i gradini e al suo posto s’infila una ragazza di quelle che la sanno lunga. Loro invece hanno tutta l’aria di essere appena usciti da un film di Carlo Verdone e smascellano quanto basta per mostrare i denti giallofumopatatine.
Cerco di sporgermi dai finestrini per cogliere qualche dettaglio familiare e riconoscere la mia fermata, ma non riesco ad orientarmi. La signora seduta davanti a me si è già infastidita per il mio spostamento, che deve averla turbata nell’intimo perché si è stretta la borsetta al cuore. Mi verrebbe da implorare: «Fermate l’autobus!», ma sono a disagio e mi trattengo.
La salama è arrivata al capolinea e io devo proprio scendere se voglio scongiurare il disastro. Mi avvicino faticosamente all’uscita tirandomi dietro lo zainetto che si blocca tra la gente e i sedili, ma alla fermata le porte non si aprono. Vorrei chiamare il conducente ma mi trovo in un equilibrio precario e temo che aprendo la bocca accada il peggio. Un signore si fa strada tra la gente accatastata lungo il corridoio dell’autobus che ormai è diventato un ecosistema a sé stante. Lo riconosco dal berretto: è il controllore.
La signora della borsa mi guarda con rimprovero, come se avesse già capito che io il biglietto non ce l’ho. Devo scendere. Devo scendere!
L’autobus riparte e riprende a singhiozzare nel traffico, il controllore si avvicina, la nausea sale velocemente e una raffica di brividi freddi mi paralizza la schiena. Ci sono. La signora, che continua ad osservarmi con sdegno, non è abbastanza veloce per capire: le prendo la borsa dalle ginocchia e mi libero d’un sol getto, lasciando anche gli altri passeggeri a bocca aperta. Le porte a soffietto si spalancano: «Scusate. È la mia fermata.»

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