Il costruttore di molle è un perfezionista. Quando è arrivato alla cabina telefonica sotterranea scassata, subito il suo occhio ballerino ha fatto un valzer sui cardini scomposti della porta a soffietto. Con tutti quei guasti è difficile che torni di sopra, si è detto. Si è tratto di tasca (è molto organizzato) un cacciavite a stella e ha messo una vite al cardine in basso. Eccolo, è lì che la avvita con gusto, è lì che spreme, che sembra che munga quasi una mucca, quando tlin!, cade la vite del cardine di sopra. Il costruttore è un tipo metodico e non si scompone, raccoglie la vite. Quando ha quasi finito di avvitarla con cura al cardine in alto, ecco che tlin!, cade quella che aveva fissato in basso. Si mette allora ad avvitare di nuovo quella in basso. Si alza, rimane un secondo in attesa. Sembra che non caschi più nulla.
Oh! La prima cosa da dire, pensa il costruttore di molle, è che siamo davanti a un pregiatissimo modello Morb, un ascensore che è una perla: ne aveva visti così quando era bambino, e iniziava a lavorare nelle miniere. Capitava infatti che l’attività di estrazione si spingesse molto in fondo giù nella terra, e che gli operai scendessero anche per delle settimane di fila. La discesa poteva essere estenuante, in cabina c’era spazio a malapena per un piccone, una corda, e allora una ditta aveva avuto l’idea e brevettato il modello Morb che aveva applicato un telefono, così che gli operai potessero fare chiamate a chi volevano.
La cosa all’inizio aveva ridotto di qualche mole la depressione che si espandeva nelle teste: c’era chi chiamava a casa, chi chiamava la mamma. Ma la discesa era lunga! E dopo dieci minuti al telefono coi cari, non si sapeva più cosa dire. Andò a finire che si scoprirono gli scherzi telefonici, e la discesa mineraria divenne un’orgia carnevalesca di doppi sensi e battutine.
Il modello Morb venne ritirato dal mercato.
«Morb…» sospira il costruttore, facendo scorrere il naso su uno stipite. Ah, il profumo d’infanzia!
Ma su, si ricompone in fretta, deve aggiustare il guasto. Ecco che si guarda intorno, esamina da fuori l’esemplare di Morb, entra dalla porta a soffietto, cammina su dei documenti e degli appunti finiti per terra. Poi apre una valigetta: è la valigetta della ditta Don Orione, che commercia in materiali per ascensori.
Estrae una batteria, dà un paio di martellate all’antenna ricevente, pianta un chiodo qui, uno là. Applica un meccanismo di freno per la velocità di rotazione, un trasmettitore televisivo, delle batterie solari. Prende un po’ di silicone e lo passa nelle commessure tra le griglie della cabina e i vetri giallognoli, esce con un foglietto, lo guarda, si gratta la testa, guarda l’esemplare di Morb, ancora il foglietto, poi monta alla base della cabina dei razzi per l’accelerazione della velocità di rotazione. Entra dentro ancora, cerca di fare un po’ di ordine, piazza il regolatore della forza centrifuga.
Oh! Si dice. Manca solo il generatore sincrono ausiliare per l’elettronica televisiva, poi l’ascensore dovrebbe essere a posto.
Il costruttore di molle accarezza con due dita della mano sinistra la borsa di cuoio con sopra la targhetta metallica della ditta Don Orione, mentre con le restanti tre dita della mano sinistra e due della mano destra regge il manuale di istruzioni per la corretta funzionalità degli ascensori. In realtà c’è scritto, in piccolo nella prima pagina, che la ditta si occupa di vari marchingegni che esulano dal ramo tecnico specifico propriamente detto degli ascensori: gli ingegneri Don Orione si fregiano infatti del merito di essere responsabili della costruzione e manutenzione anche di argani, idropompe, microchip per tartarughe, ponti levatoi, macchine per ufficio e altri ritrovati tecnologici.
I pannelli fotovoltaici sono stati avvitati con attenzione, la consolle di comando occupa una porzione dignitosa dello spazio angusto sovraccarico di fogli e appunti dell’esemplare di Morb. Il costruttore è seduto molto comodamente su una pila di plichi davanti alla consolle, e compulsa il manuale Don Orione, che raccomanda di procedere alla prova dei fumi dopo aver chiuso per bene le porte.
A pagina 15 c’è scritto anche di indossare gli occhiali da saldatore in dotazione perché i gas potrebbero irritare gli occhi, e infatti il costruttore li indossa: tira un’occhiata quindi alla porta a soffietto; dopo di che pigia il pulsante amaranto che dovrebbe innescare la prova dei fumi.
Aspetta un attimo, ma non succede niente; schiaccia ancora il pulsante: senza la prova dei fumi, si legge a pagina 37, non si può sapere se la cabina-ascensore è stata aggiustata a puntino oppure se è destinata a sfasciarsi di lì a poco al primo urto con un altro corpo solido.
Ma un formicolio prende ora a salirgli per i piedi, gli striscia su per le gambe come un’edera rampicante, sembra che tanti piccoli sassolini gli rotolino nelle vene e nei capillari. Poi anche i fogli incominciano a tremare, un calore strano gli evapora fino alle cosce e alle braccia, ora la vibrazione è più intensa e si accompagna a un gorgoglìo nelle orecchie. Il costruttore intanto cerca se il manuale di istruzioni parla di queste formiche circolatorie riguardo alla prova dei fumi, quando c’è un fischio, poi un urlo roco! Si sente schiacciato di colpo a terra dalla cosa più grande che potrebbe sederglisi sopra, si trova capitombolato con la faccia sul pavimento dell’ascensore, mentre una luce abbagliante ma non troppo filtra dai vetri un po’ meno giallo senape puliti in precedenza.
Il modello Morb, spinto dai quattro razzi montati alla sua base, lascia la pancia della terra sfrigolando e facendo scintille contro le pareti di roccia, parte come un tappo sparato verso il cielo.
Se il costruttore fosse stato un alieno, un ibrido biomeccanico con un occhio posto sopra alla carcassa di acciaio montante, avrebbe visto un puntino di luce spalancarsi come una bocca, per ingoiarlo e fagocitarlo poi in un ventre amplissimo, la pancia di un altro mostro di gran lunga più grosso e coincidente col mondo, pieno di sabbie e sassi e oggetti diversi; in questa pancia l’alieno ibrido si sarebbe gettato come una piccola pastiglia, cercandone e tentandone il fondo di aria con velocità vertiginosa.
Ma gli occhi del costruttore sono atterriti quanto il loro possessore legittimo, e possono scorgere oltre i vetri solo un confuso sciacquìo di venti, abbandonato nella stiva di questo siluro traballante che ora va per i cieli.
Ma sarà questa la prova dei fumi? Si domanda il costruttore. Lì per lì infatti la sua mente è solleticata da dubbi e scetticismo.
Con una mano riesce a spostare un po’ di ciarpame, e vede, da rasoterra, dai vetri più bassi, lo spettacolo incredibile che si lascia di sotto.
Via dai suoni, inglobati dai motori rombanti, da tutto! Prospettive risucchiate a terra, in solitudine, sopra la testa degli uccelli in volo, che passano come la neve, come lo scoppiettìo lontano di un fiammifero.

← L’amico
Il gorilla →