Dalla finestra del mio ufficio guardo l’orizzonte: le gru circondano il luogo dove sorgerà il grattacielo di Isozaki. Sullo sfondo, le cime ravvicinate e spioventi del Resegone sono coperte di neve. Abbasso lo sguardo sulla città, sopra le case, i viali di alberi ormai spogli, i piccoli giardini deserti. Le auto ferme riflettono il lento movimento delle nuvole.
Questa mattina l’esubero numero 15 mi ha parlato delle sue tartarughe in letargo. Il numero 12 è un ingegnere appassionato di canto. La figlia del numero 14 sogna di andare in Australia. L’esubero numero 13 ha dichiarato che senza lavoro la vita sarebbe ancora più triste. Il numero 15 ha concluso chiedendo: «Perché proprio io?»
Appena mi incalzano con domande insidiose, cambio strategia, tono di voce, postura. Mi avvicino all’interlocutore, spalanco leggermente gli occhi e infrango le sue speranze.
«Ogni anno, l’azienda perde fatturato. La sua professionalità non è strategica. Deve farsene una ragione: non abbiamo più bisogno di lei.»
Alla consegna della lettera osservo le loro reazioni. Soltanto pochi minuti prima mi credevano una persona indulgente.
Sollevo i manubri, guardo allo specchio la mia faccia stremata dalla fatica. Isolo la contrazione dei bicipiti osservando una ragazza bionda correre sul tapis roulant. A fine esercizio ammiro la rotonda perfezione dei suoi seni, la simmetria delle clavicole, il riflesso del suo corpo propagarsi negli specchi. Carla, pochi metri più in là, non si è accorta di nulla. Il personal trainer le massaggia la schiena, lei sorride impacciata. Una smorfia leziosa del viso rivela la sua momentanea predisposizione al sesso. Questa notte, sul televisore, scorrono le immagini ravvicinate di una litografia di Hartung: graffi d’inchiostro nero soffocano un fondo colorato di giallo. L’opera potrebbe intitolarsi: Milano autunno 2013.
Carla, questa sera, ha preferito tornare a casa sua, sfinita da questa relazione senza eredi. Prima di addormentarmi, affino le tecniche persuasive rileggendo il ringhioso commiato degli esuberi. Il numero 13 mi ha liquidato dicendomi: «lei è come tutti gli altri». Il 12: «I tagliatori di teste non mi sono mai piaciuti». Il numero 14: «Potevo immaginarlo, basta guardarla in faccia». Infine, la numero 15: «Lei è uno stronzo».
C’è un odore umido di muschio e ruggine, la sensazione sgradevole di avere una lisca di pesce ancorata in fondo alla gola, come quando sto per piangere. Stringo la mano a pugno nella mano di mia madre. Lei mi scruta dall’alto, cammina svelta, senza nessuna esitazione. Stiamo attraversando a piedi lo zoo. Fatico a starle accanto, le calze abbassate alle caviglie, i capelli che mi cadono sugli occhi. Ho le gambe nude. Incurvo le spalle. Vorrei fermarmi a osservare tutti gli uccelli, le piume colorate, leggere la loro provenienza sulle targhette di metallo appese alle voliere.
Lei invece si dirige spedita verso l’area dei primati, guidata dal verso terrificante di una scimmia urlatrice. I nomi delle specie si susseguono in gabbie sempre più grandi: Macaco di Taiwan, Bertuccia, Babbuino, Scimpanzé.
Lei allunga ancora il passo, mi trascina per qualche metro prima di fermarsi davanti alla gabbia del gorilla. Oggi la bestia è nella penombra, gli occhi incassati, i capezzoli scuri spuntano dal torace peloso, gli arti inferiori arpionati alle sbarre. Quando ci vede, si solleva disperatamente su due zampe battendo i pugni al petto, prima di emettere un grido spaventoso.
Mi sveglio senza fiato. L’incubo si confonde con i ricordi. Deve ancora sorgere il sole. All’orizzonte, piccole luci intermittenti delimitano nel cielo i contorni spigolosi dei nuovi grattacieli di Porta Nuova disegnati da Cesar Pelli.
L’amministratore delegato mi consegna una nuova lista: Graziella 46 anni, Angelo 50, Luca 53, Barbara 42. Leggo i loro curriculum. Cerco un punto di approdo per la mia strategia. Mi passo la mano sul cranio, sistemo il colletto della camicia, sfioro con la punta delle dita le squame di pelle morbida della cintura. L’esubero numero 16 accudisce cinque gatti. Il numero 18 è un informatico appassionato di ciclismo. Il 17 dipinge quadri con la sabbia. Barbara, l’ultima prescelta di oggi, indossa una camicetta bianca stretta sul seno, un paio di jeans, ballerine blu. Sedendosi, allaccia per pudore il bottone della camicia e m’incalza: «Perché proprio io?»
La sua voce lieve e quel gesto così pudico confondono la mia linea di condotta. Lei distoglie lo sguardo, spezza la mia incerta indulgenza. Serra le labbra, smette di sorridermi.
Carico sessanta chili sul bilanciere, mi sdraio sulla panca. Fuori, cumuli di nuvole battagliano, illuminate dalla luce dei lampioni. Della ragazza bionda nessuna traccia. Carla sta eseguendo l’ultima serie di addominali. Ha il respiro rotto dalla fatica, l’espirazione somiglia al mugolio di un animale ferito. Il personal trainer la incita a bassa voce, le sfiora le spalle, non stacca gli occhi dalle sue cosce strette in un paio di leggings viola. Lei sorride esausta. Da terra, mi saluta con la mano in un gesto imbarazzato e infantile: il distillato nitido e inconsapevole di un addio imminente.
La fatica accentua il grado di solitudine. Patisco gli aperitivi con il management, le auto aziendali bianche, le partite a golf per definire le strategie di riduzione costi, i pacchetti vacanze offerti al raggiungimento dell’obiettivo. Una settimana premio a Dubai per 58 licenziamenti nella sede di Milano.
Cade una pioggia sottile. È sera inoltrata. Da fuori, la palestra è una collezione lucente di attrezzi disumani illuminati dai riverberi azzurri della piscina. Apro la portiera dell’auto.
«Posso rubarti un minuto?»
Ferma, di fronte a me, c’è una ragazza sgraziata con una borsa di tela che ciondola dalla spalla destra.
«Dimmi.»
«Lavoro in una comunità di recupero. Siamo in trentacinque ragazzi. Ti chiedo se puoi aiutarci. Esco da un brutto periodo.»
Fisso quegli occhi che cercano, tremanti, il mio sguardo.
«Quindi?»
Si sposta di lato, scuote la borsa, rovista con una mano alla ricerca di qualcosa.
«Quindi dovresti fare un’offerta. In cambio posso darti due spugne gialle.»
«E quanti soldi dovrei darti?»
Sposta il peso da un piede all’altro, cerca di trovare le parole giuste.
«20 euro.»
«20 euro, per due spugne?»
Mi sfioro il cranio, la guardo con quell’aria distaccata acquisita nel corso della vita.
«Mi spiace, non mi hai convinto.»
Appoggio la testa al volante. Chiudo gli occhi e resto immobile ad ascoltare il rumore della pioggia. Il viale ghiaioso è deserto.
«Non mi dirai che hai ancora paura del gorilla?» sussurra mia madre. Faccio cenno di no con la testa.
«Aspetta qui come un bravo ometto.»
Obbedisco, non so fare altro, mentre la vedo addentrarsi con uno sconosciuto in un bosco di betulle.
Sfioro le sbarre della gabbia con le dita. Il capo branco mi scruta diffidente. Dietro la sua mole, nell’ombra in fondo alla tana, intravedo il cucciolo protetto dalla femmina. La pioggia cade a scrosci sulla terra. Il gorilla abbassa la testa, la fronte pronunciata nasconde due orecchie lucide e umane. Nell’ombra, la femmina accarezza il cucciolo. Rabbrividisco, quando mi accorgo che le mie mani aggrappate alle sbarre non sono più mani di bambino: sono mani di uomo. Anche il corpo esile si è trasformato nel corpo muscoloso di un quarantenne. La pioggia bagna il mio cranio lucido. Resto stordito dallo sguardo amorevole del gorilla.
Il fragore di un tuono irrompe nell’appartamento. Mi risveglio, sono sdraiato sul divano, la camicia sbottonata, il piatto con gli avanzi appoggiato al tavolino. Ritrovo la consapevolezza del respiro. Guardo il televisore, c’è una ragazza a quattro zampe distesa su un copriletto maculato, il filo bianco del telefono le scorre in mezzo alle cosce. Assomiglia alla bionda della palestra, indossa un perizoma nero. Nell’inquadratura allargata irrompe un’altra donna dalle gambe bellissime, con le dita si titilla i capezzoli, un telefono rosso appoggiato alla pancia. Le due donne sorridono maliziose davanti alla telecamera, appena celate dalla scritta in sovraimpressione: Monelle Perverse.
Compongo il numero di Carla. Il telefono squilla tre, quattro, cinque volte. Poi risponde, la sua voce sembra arrivare da un altro mondo. La prego di venire, di fare presto. Lei ride, sembra ubriaca, qualcuno le respira accanto.
«Tommaso, è troppo tardi per noi ormai». Riesce soltanto a dirmi queste poche parole, prima di riattaccare.

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