Che io, pur sapendo che non sarebbe mai arrivato nessuno, sia rimasto in piedi fuori dal gazebo di questa discoteca abbandonata, fino a quando il freddo e il buio sono giunti a grattarmi la schiena e sospingermi via senza mostrarmi dove mi stavo dirigendo.
Che il fatto di scorgere mio padre che guardava La febbre dell’oro, un vecchissimo film, mi abbia fatto commuovere, senza capirne la ragione, e senza poter in alcun modo fermare le lacrime.
Che le persone perlopiù ignorino certi miei atteggiamenti che sono da considerarsi sintomatici di una personalità instabile, come ad esempio l’ossessione per le forme ovali, e che quando illustro tale mia ossessione i miei interlocutori rimangano, con mio grande sconcerto, perlopiù incuriositi.
Che la mia stessa personalità possa arrivare ad essere definita con l’aggettivo “ovale” e che io passi ore a cercare la prospettiva migliore per tramutare le mie manie mediocri in segnali di geniale follia.
Che io abbia conosciuto persone malate di mente, e abbia disperatamente cercato di riprodurre meccanicamente ed esteriormente i loro tic, nella speranza di divenire pure io malato di mente.
Che all’età di sedici anni sia rimasto traumatizzato per aver assistito al rifiuto improvviso, da parte di una gallina, di covare le sue stesse uova, attraverso le quali già si intravedevano le fattezze di piccoli pulcini, che morirono di freddo senza poter fare alcunché.
Che all’età di dieci anni abbia sottratto un uovo a una gallina ed abbia cercato di tenerlo al caldo per una notte intera, alitando sul guscio e avvolgendolo con un maglione di lana, e che il mattino dopo l’uovo si sia rotto per disgrazia lasciando il povero pulcino senza speranza di sopravvivere.
Che sempre all’età di sedici anni abbia cominciato a considerare la gallina, animale incapace di accudire i propri piccoli al di là dei propri istinti programmati, nonché in grado di divorare un suo simile a pochi minuti dalla morte di quest’ultimo, la creatura più razionale e adatta alla realtà delle cose. E abbia cercato disperatamente di trasporre gli atteggiamenti del volatile all’interno delle relazioni umane, con risultati demenziali e drammatici.
Che io, pure in questo preciso istante, mentre mi allontano dal gazebo di questa discoteca abbandonata, col freddo e il buio che mi grattano la schiena, stia ancora pensando che la cosa migliore per me sarebbe incontrare una persona che ha gli istinti profondi ed innati accostabili a quelli di una gallina.
Che l’espressione “cervello di gallina” utilizzata per definire una persona stupida sia completamente fuorviante ed inadeguata, che mi sia fatto costruire un letto a forma di enorme paniere e che nel mio bagno ci sia una vasca da bagno a forma di guscio d’uovo, e che io consideri le teorie di Lorenz sulla guerra fredda e le oche selvatiche come inoppugnabili e perfettamente condivisibili, e che, mentre attendo il pullman che mi riporta in città, cerchi di simulare un dialogo tra due esseri umani utilizzando esclusivamente chiocciate e crocchiate.
Che mia zia si sia suicidata davanti ai miei occhi, ingollando un quantitativo eccessivo di sonniferi, lasciandomi credere di essersi addormentata, e lasciando che io mi appisolassi, e dormissi, col suo cadavere che si freddava progressivamente, per sei ore filate.
Che io, da questo episodio, non sia rimasto più traumatizzato della volta in cui vidi la gallina rifiutarsi di covare le proprie uova.
Che mio padre, durante una conversazione avuta con me anni fa, abbia tentato di spiegarmi le motivazioni del suicidio di sua sorella, e che io abbia convenuto che se mia zia avesse affrontato la situazione secondo la prospettiva di una gallina sarebbe ancora viva.
Che mio padre abbia interrotto ogni relazione con me dopo quella conversazione e che ora si occupano di me mia sorella e la mia ex moglie.
Che la mia ex moglie abbia deciso di chiedere il divorzio dopo aver constatato che le mie idee educative su nostro figlio differivano notevolmente dalle sue, e prevedevano l’utilizzo di incubatori e granaglie, nonché un differente approccio comunicativo.
Che il mio ostinarsi sul valore di una teoria assurda riguardante galline e pennuti sia un triste tentativo di rifuggire la realtà, e che questo intento sia chiaro ed evidente a tutte le persone a me più vicine, compreso me stesso, e che, nonostante ciò, rimanga schiavo di questa personalità compulsiva che mi spinge tutti i giorni a cercare conforto nelle forme ovali: sassi, teste (la testa della mia ex moglie era un ovale perfetto), lampade, vasche, galassie, bocche, pesci, e che il gazebo di quella discoteca abbandonata abbia la forma di un ovale perfetto.
Che io non abbia avuto, a detta di tutti, nessuna ragione valida per rifuggire la realtà, e che questa mia ossessione venga considerata da quelli che mi circondano come poco più di un capriccio e che questo atteggiamento nei miei confronti abbia contribuito al protrarsi dell’ossessione stessa.
Uova.

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