

E così vado all’appuntamento, santo cielo. E Boo è lì che mi aspetta, con la sua aria alla Holly Golightly, davanti a questo negozio di abiti da sposa: un atelier di periferia con sette vetrine di manichini senza testa che sembra un rivenditore di macchine usate. Si è tagliata i capelli, quella strega. Se li è tagliati davvero, santo cielo. E allora le dico Boo, prova soltanto a dirmi che l’hai fatto per quello stupidissimo tizio con cui hai passato la notte e giuro che ti uccido. Boo si vede con un poliziotto. Non è ridicolo, santo cielo? Non so nemmeno se questo tizio ha un nome, perché lei non fa che chiamarlo il poliziotto. Me lo immagino alto e coi baffi, una specie di spilungone in bianco e nero scappato fuori da una comica a due rulli. Deve essere romantico, a modo suo, e terribilmente goffo.
A Boo piacciono i tipi così. A Boo piacciono gli uomini che le siedono accanto nervosi e a un certo punto le afferrano la mano e tentano di infilarle un anello al dito sbagliato.
Lei salta su dicendo che non è affatto uno stupido, e che sì, ha passato la notte con lui, e che magari se lo sposa anche, il poliziotto, perché lui ha davvero un modo meraviglioso di essere nervoso ogni volta che si baciano in pubblico. Io nemmeno la sto a sentire. Chi non parlerebbe di matrimonio davanti a un negozio di abiti da sposa? Eppure sarà per via del suo nuovo taglio di capelli, ma mi viene spontaneo trattenere il fiato.
Da piccola, tutte le volte che cadevo dalla bicicletta, per la paura smettevo di respirare e poi svenivo. Questa storia del poliziotto è come una caduta dalla bicicletta: vorrei battere la testa sul marciapiede e non pensarci più. Ma faccio finta di non dare importanza alle sue chiacchiere e inizio a tormentarla un po’ su questo suo meraviglioso fidanzato, al che lei attacca a raccontarmi una storia assurda su un certo film di Buster Keaton e un tizio a cui dobbiamo correre dietro con addosso degli abiti da sposa presi a nolo, che poi è il motivo per cui siamo qui; così va a finire che mi trascina dentro il negozio e del poliziotto non ne parliamo più.
Un passo oltre la soglia dell’atelier ci investe un odore dolciastro di fiori appassiti da togliere il fiato. Il pavimento è una distesa di manichini spogliati e fatti a pezzi, una gran confusione di braccia e gambe e busti di plastica, e ovunque giri lo sguardo ci sono ragazze con i capelli rossi che si provano abiti da sposa.
Quando Boo si mette in testa di coinvolgermi nelle sue storie bizzarre, io non discuto. O magari sì, magari metto su una luna di traverso e faccio di tutto per rovinarle la giornata; ma poi, santo cielo, lei è mia sorella, lei è Boo, e io non riesco nemmeno a respirare, se non ce l’ho tra i piedi.
Boo non si chiama davvero Boo. Si chiama Didi. Siamo Sara e Didi, ma io la chiamo Boo e lei fa lo stesso con me. Quando eravamo piccole abbiamo pensato che, visto che eravamo identiche, non c’era ragione perché avessimo due nomi diversi. Che assurdità, santo cielo: perché Sara e Didi, quando potevamo essere entrambe Boo?
Ci siamo sempre capite al volo, io e Boo. Nemmeno avevamo bisogno di parlare, una volta. Per anni non abbiamo fatto altro che giocare a confonderci e a confondere gli altri. Se qualcuno mi chiedeva chi sei delle due?, rispondevo sempre io sono l’altra, e Boo faceva lo stesso.
Cerco un posto per sedermi e prendere fiato, ma Boo mi mette un abito da sposa in mano e mi dice provati questo. Mi accorgo che lei ne ha già indossato uno che le sta divinamente e inizio a sentirmi davvero male, peggio di prima se è possibile, perché lei sembra al settimo cielo e so che potrebbe anche decidere di non toglierselo più.
Ed è a questo punto che vedo le due ragazzine. Due deliziose gemelle con i capelli rossi. Nemmeno si accorgono della baraonda che sta loro intorno, prese come sono a disegnare chissà cosa su un album che, ci scommetto, deve essere pieno di scarabocchi meravigliosi. Sembrano tenute assieme da un filo invisibile, santo cielo: legate da un filo rosso come il colore dei loro capelli.
Anche io e Boo ne abbiamo uno uguale, ma ultimamente, ogni volta che ho bisogno di lei, mi tocca percorrerlo tutto, e praticamente è un po’ di tempo che non faccio altro che essere terrorizzata dall’idea che prima o poi non troverò più nessuno all’altro capo e me ne starò lì, a fissare il niente, con un grosso gomitolo rosso in mano, senza più la forza di andare da nessuna parte.
E allora prendo su il mio vestito e mi metto in cerca di Boo, e quando la trovo provo un po’ a piagnucolare e le dico Boo, tesoro, è proprio il caso che mi metta addosso questo vestito?, ma visto che non attacca insisto e le dico santo cielo vuoi darti una calmata e spiegarmi per filo e per segno in che cosa ci stiamo cacciando?
Ma di nuovo non c’è tempo per le spiegazioni. Le spose con i capelli rossi si riversano in strada e io cerco solo di stare dietro a Boo, che già non sta più nella pelle e che se potesse schizzerebbe via a rotta di collo fino a casa di quel poliziotto di cui è tanto innamorata.
Ogni tanto qualcuna delle ragazze mi si avvicina e tenta di scambiare due parole, ma io me ne sto zitta e mi tiro giù il velo o fuggo avanti fingendo di essere presa dalla faccenda della corsa, come se provassi qualche scatto per vedere se così conciata riuscirò a fare la mia parte. Sembra che quella scappata fuori da un film muto sia io, quella che se non è chiusa dentro la sua pellicola non sa come comportarsi e sembra una svitata o che so io. L’unica cosa che mi viene in mente e che potrei dire è che io sono l’altra, io sono l’altra, anche se poi nessuna di loro capirebbe. Nessuna di loro ha il minimo dubbio su chi sia io delle due.
Quanto a Boo, lei nemmeno fa lo sforzo di capire la mia situazione, e sembra quasi che se ne stia un po’ alla larga, come si vergognasse del disastro che sono. Lei parla con le ragazze e si fa grandi risate e tutto quello che riesco a pensare mentre la guardo è che il gomitolo sta diventando sempre più grosso e che, se tanto mi dà tanto, manca davvero poco alla fine del filo.
Ci fermiamo di fronte a un vecchio stabile che cade a pezzi, ma non c’è bisogno di aspettare tanto, perché senza che nemmeno riesca a vederlo far capolino dall’ingresso, un ragazzo è già schizzato fuori dal portone e sta correndo via, con la strada che gli scivola via da sotto le suole delle scarpe e noi che gli andiamo dietro, agitando i nostri bouquet, come un esercito bizzarro. Ai lati della strada c’è tutta questa gente, che lo guarda fuggire e guarda noi che lo inseguiamo e intanto ride.
Io mi incollo a Boo e cerco di prenderla per mano, ma lei si stacca e dice che se le sto addosso a quel modo non riesce a correre. Allora le grido dietro Boo, io questo vestito vorrei proprio togliermelo, adesso, santo cielo. Le dico basta, levati quel velo dalla testa. Le dico torniamo a casa, ora, ti prego. Ma lei niente, non accenna a rallentare.
Le chiedo se ha notato quelle due ragazzine, al negozio; se le ha viste bene, santo cielo, e se ha fatto caso a quanto si assomigliavano, loro due. Se non le manca qualcosa, di quella vita, del gioco di confondersi e confondere gli altri. Lei si gira verso di me e non dice una parola: mi guarda e basta.
E allora mi fermo. Basta un attimo che già l’ho persa di vista, e non c’è modo ora di riconoscerla in mezzo a tutte le altre, tutte queste ragazze che sanno il suo nome, che la chiamano Didi, che non si sognerebbero mai di chiamarla Boo.
Non lo so più se Boo esiste. Lei è Didi. Didi che parla, Didi che sa parlare, Didi che è stata la prima ad abbandonare quel linguaggio tutto nostro, che nemmeno era fatto di parole; come se quel cinema muto in cui ci eravamo rinchiuse non le bastasse più, come se le parole degli altri fossero la sua unica chance di poter essere riconosciuta, distinta da me.
È a quel punto che giro i tacchi. Ho voglia di tornare al negozio, cercare quelle due deliziose ragazzine, dare un’occhiata al disegno che hanno fatto, ricordarmi ancora una volta cosa significa essere così legate assieme da confondersi e dimenticare chi si è delle due. Non me n’è rimasto uno, di quelli che abbiamo fatto io e Didi, quando avevamo la loro età. Un giorno li butti via, quegli scarabocchi, e mica ci pensi che potresti averne bisogno ancora, per tentare di cavarci fuori un sorriso.
Dirò loro di conservarlo. Prima o poi ne avranno bisogno. Quando anche il loro filo inizierà ad allungarsi, a diventare più sottile. Quando una si fermerà davanti ai negozi di abiti da sposa e l’altra cercherà di trascinarla via. Quando una correrà dietro all’amore e l’altra cercherà in ogni modo di scapparne via. Quando tutto questo accadrà anche a loro.
