La scheggia nella salsa

Una folata improvvisa andò ad animare il fuoco sotto i bidoni. Una nuvola di polvere si alzò dal viale, lo scirocco umido carico di presagi era arrivato per scompigliare cenere e capelli.
Margherita, voltandosi verso il vento, non si accorse che il cucchiaio di legno si stava sbeccando nella macinatrice. Galleggiavano le schegge nella conca azzurra dove si raccoglieva la salsa e lei, piuttosto che toglierle a pelo e con cautela, le aveva spinte nel magma di pomodoro, sperando che nessuno, almeno in quel momento, se ne accorgesse.
Tutti erano impegnati nelle proprie postazioni: Margherita macinava i pomodori cotti e suo padre, mastro fuochista, controllava il bollo mentre tra fuoco e sole la faccia gli evaporava in mille gocce di sudore, rivoli lungo la fronte spaziosa, tra le pieghe del naso e sulle basette grigie. Poi c’era chi tappava le bottiglie, preferibilmente uno zio. Anche quello era un lavoro di concetto: una cattiva chiusura avrebbe condotto all’entrata di aria nella bottiglia e dunque all’avaria della salsa stessa. La mamma di Margherita e le zie travasavano, lavavano gli arnesi e preparavano il pranzo. I bambini, oltre a bazzicare goliardicamente intorno al fuoco, sfidando le ire di Peppino mastro fuochista, andavano a caccia di lucertole e cicale, mentre le bambine infilavano il basilico nelle bottiglie oppure raccoglievano rucola da mettere nell’insalata. I fratelli e i cugini di Margherita, che esplodevano di giovinezza, arrivavano per pranzo, impegnati com’erano, a volte con un segno di cuscino sulla guancia, altre volte con uno stampo di rossetto sul colletto. Arrivavano con le scarpe pulite e si lagnavano sempre per qualcosa.
Margherita, prima di pranzo, si nascondeva sotto le vigne, in un angolo dove dalla casina non poteva vederla nessuno, si toglieva gli abiti chiazzati di salsa e con le unghie grattava via dalle gambe le bucce secche di pomodori, poi si lavava con l’acqua fredda della bacinella. La regolarità degli eventi, la loro liturgica ripetitività a volte concedevano a Margherita una serenità quasi profetica. Si poteva declinare al futuro il tempo passato e viceversa. Avrebbero mangiato il ragù con la salsa nuova e qualcuno prima degli altri l’avrebbe elogiata come la migliore delle salse possibili, si sarebbero intessute le lodi dei pomodori e della loro resa. «Com’è venuta quest’anno non è mai venuta», avrebbe glorificato Vincenzo mastro fuochista, masticando le penne rigate intrise di sugo, e tutti in coro con le giaculatorie ausiliarie. Altre volte quel mondo attorno non bastava a togliere a Margherita la sete improvvisa e indefinita che le palpitava subito sotto i capezzoli: smaniava, ansimava come i cuccioli di cane lupo pronti a recuperare un bastone.
Era stesa sotto i pampini esuberanti a togliere dai piedi le spine di vasapiìd e sentiva poi qualcuno chiamarla «Margherii… Margheriiitaaa», di solito sua madre, e allora correva con i capelli bizzarri come tralci arrotolati e i seni liberi sotto la maglia, acini acerbi e sodi.
«E tu il fidanzato ancora non ce l’hai, Margherì…»
«Se sta sempre qua non se lo troverà mai… dove se lo deve trovare, in mezzo alla vigna?»
«Sai quante cose si possono fare in mezzo alla vigna!»
E ridevano gli uomini della tavola.
«Tenetevi la forchetta per il secondo e state zitti voi… che niente ancora avete concluso. Lasciatemela stare un altro poco a Margherita», diceva la mamma mentre toglieva i piatti sporchi per rimpiazzarli con quelli puliti.
Margherita ascoltava in silenzio. Avrebbe voluto dire che lei al fidanzato non ci pensava proprio, che le piaceva la campagna e ricamare e volare sulla bicicletta, che non vedeva l’ora di ritornare a casa della signorina Burdi per chiacchierare e ridere con le sue amiche e imparare a fare come si deve il punto a intaglio. La bolla in cui si trovava, però, non le consentiva di far arrivare le parole all’esterno per come realmente le avrebbe volute dire, ma sempre attutite e diverse, come deformate. E nemmeno riusciva a percepire in modo limpido e chiaro le voci degli altri, anche queste stravolte all’entrata della bolla. Allora restava zitta e magari rideva anche lei, perché il silenzio non sembrasse ostile, perché voleva stare in pace.
Poi in un pomeriggio di salsa, arrivò nella campagna di Pozzo Pulicchio compare Nino a fare una visita di cortesia. Portava in dono una cassetta di pesche appena colte dal frutteto che tenevano non lontano da lì. Al suo seguito, commara Gina con un cesto di cetrioli lucidi e poi Anita dalla postura irriverente, l’espressione imbronciata e l’odore amaro della rucola. Quando Margherita li vide, sentì la sua sete aumentare. Ogni volta che la vedeva, aveva una reazione strana. Sulla scollatura di Anita i moscerini si affaccendavano, attirati dal lucido giallo limone della camicetta, andavano e venivano leggeri come le chiacchiere che in paese facevano sul suo conto, erano chiacchiere pesanti e cattive e lei le portava con una leggerezza sfrontata.
A Margherita, poi, piaceva guardare le gambe lunghe di Anita, olivastre e lucide, e quel giro vita così stretto che sembrava potersi spezzare. Le piaceva così tanto che lei fosse lì di fronte che avrebbe voluto abbracciarla e tirarle i pizzichi.
«Ho detto a Nino: passiamo un poco da Vincenzo che gli portiamo due pesche.»
«Accomodatevi che facciamo un caffè: fai un caffè, Margherì.»
Il fuoco sotto i bidoni era ormai spento e si aspettava che le bottiglie, dopo il bollo, diventassero tiepide al punto giusto per essere messe nelle cassette e conservate nel garage o nello sgabuzzino come provvista per l’inverno.
Buona salsa per buone formiche.
Margherita avrebbe potuto giocare ad anticipare nella sua testa le chiacchiere prevedibili che si stavano srotolando tra un caffè e un nespolino, ma non poteva ascoltare niente oltre al sussurro dell’aria che Anita muoveva sventolandosi la gonna, incantata dalla luce dei gelsi maturi che portava come occhi.
«La figlia dei compari è una lecca-fiche, stai attenta, Margherì… ancora finisci come lei!», le avevano detto fratelli e cugini. Margherita ne risentiva l’eco e le pareva di vederli mentre a tavola si toglievano con l’unghia del mignolo un pezzo di carne dai denti e raccontavano tra loro, a voce non troppo bassa, della fimmina che avevano montato la sera prima. Margherita per buona parte si sentiva spuria, come se la polvere servita per i fratelli non fosse bastata, come se la madre avesse preso un altro po’ di terra sotto la vigna di Pozzo Pulicchio, una terra un po’ più friabile, per infilarsela nel grembo gravido.
«Margherì… vai a fare due nocelle che se le portano i compari.»
Il tono perentorio non aveva smosso Margherita, persa in divagazioni tanto ascetiche quanto carnali. Allora qualcuno le prese un braccio gridandole «Ahó… che stai a dormire?!».
E Margherita, come svegliata all’improvviso, ebbe un sussulto di fastidio che si fece sorriso quando vide le labbra di Anita scoprire i denti e allargarsi in una risata.
Tornarono masticando nocelle, Anita e Margherita, con risate intime e lievi del tipo di quelle che svelano, senza volerlo, un nodo appena stretto, un’intesa nuova e fresca. I genitori stavano già in piedi, vicino al cancello. Margherita incrociò per un attimo gli occhi di sua madre riconoscendone la velatura di rimprovero e paura, ma la sua felicità era troppo densa per essere mischiata con la preoccupazione.
Da quel giorno Margherita prese a incontrare Anita nelle mattine lunghe della villeggiatura in campagna. Si davano appuntamento in un vecchio trullo non troppo distante da lì. Margherita saliva in bici con la scusa di andare a fare rucola o di riempire il cinque-litri di acqua alla fontana. Pedalava per un paio di chilometri tagliando a metà il cicaleccio e il vento fresco e l’odore silenzioso delle vigne, sovrana indiscussa delle cuccuvasce e delle nolche, regina delle discese sulla via Appia-Traiana. Il più delle volte Anita era già lì, appoggiata sul trullo abbandonato, a sgranocchiare qualcosa o a succhiare una radice di liquirizia. Margherita si stendeva e si raccontava come non aveva mai fatto, riuscendo ad abbandonarsi in Anita e nelle sue labbra attente, in un modo dolcissimo e corposo.
A volte lo scricchiolio di qualche foglia o il tonfo di un fiorone, troppo maturo per stare sul ramo, spaventavano Margherita. Il silenzio della campagna aperta amplificava le sensazioni, le pareva di vedere la sagoma minacciosa del fratello o di un cugino e sentirne i passi e la voce pesante.
La figlia dei compari è una lecca-fiche, lecca-fiche, lecca-fiche.
Le melagrane avevano preso ormai l’abito rosso pergamenato, Anita e Margherita pensavano a come poter stare insieme quando sarebbero tornate al paese, così abituate alla liquidità contadina. E la gente, la gente in qualche modo avrebbe parlato.
Era uno dei primi giorni di settembre quando Margherita scoprì che le ruote della bici erano a terra, ma non per un buco da vasapiìd o da pietra, di quei buchi che sapeva ben riparare con una bacinella e un po’ di mastice, le ruote erano state tagliate con spacchi di cinque o sei centimetri, visibilmente fatti con un coltello.
Allora Margherita cominciò a correre con tutto il fiato che aveva in corpo come quando pungi un cavallo e quello s’imbizzarrisce. Corse verso il trullo, con un terrore che non poteva dire, né spiegare, ma che l’aveva catturata all’improvviso come un’intuizione. Anita era in pericolo, qualcuno aveva tagliato le ruote perché lei non potesse raggiungerla. Quando Margherita arrivò al trullo non la trovò, si lasciò cadere e cominciò a respirare forte, fino in fondo ai polmoni. La faccia s’avvampava per la corsa e per la rabbia, il cuore pompava violento il sangue nelle tempie e nella spina dorsale.
Per terra una radice di liquirizia ancora da succhiare.
Allora Margherita corse, corse, e ancora corse fino al frutteto di compare Nino. Coi muscoli tesi delle cosce, i capelli bagnati sulla fronte, l’affanno che, a ritmo accelerato, gonfiava e sgonfiava il petto umido di sudore. La recinzione del frutteto era chiusa.
«Anitaaa, Anitaaa!»
La voce di Margherita correva tra i peschi carichi, inciampava nei tronchi contorti degli ulivi, affondava nelle zolle appena arate sino a cadere, rotta dai singhiozzi, in un mandorleto.
Quando Margherita tornò a Pozzo Pulicchio, la tavola era già apparecchiata e i fratelli si lagnavano per le cose solite. Sua madre la guardò in malo modo, troppo indaffarata per indugiare in rimproveri. Sembrava volesse dirle dopo facciamo i conti.
«Stamattina al paese ho incontrato compare Nino», disse il fratello.
«Dice che hanno anticipato il ritorno al paese perché la figlia gli dà dei problemi e lui deve un po’ registrarla, forse la mandano da una zia a Bari, per un po’», e il fratello ripassò il fondo del piatto con l’ultimo maccherone e, ben intriso di sugo, se lo infilò in bocca.
Ma Margherita non ebbe il coraggio di parlare, non disse niente. Solo sperò che il fratello si strozzasse con quel boccone, che una scheggia nascosta nella salsa s’infilasse dentro il maccherone e poi nei tessuti molli della gola.

Condividi il tuo amore
Donatella Azzollini
Donatella Azzollini

Nata a Terlizzi, in provincia di Bari. È laureata in Filosofia e in Scienze della Formazione. Insegna nella scuola primaria. Ha lavorato in pizzeria e, per un po’, è stata assessora ai vigili urbani. Vive in campagna con un marito, due figlie, un cane e una quantità sterminata di donne, mamme, sorelle, amiche, piante. Legge molto più di quanto non scriva. Le piacciono le passeggiate in bicicletta, le scrittrici, la parmigiana, il mare, camminare. Ha scritto diversi racconti, alcuni dei quali in corso di pubblicazione. Sta lavorando al suo primo romanzo.

Articoli: 1

Lascia una risposta