La prova generale

Giunse.
Il Messia che tutti attendevano.
Il Messia dei poveri, dei diseredati, degli umiliati, degli offesi.
Il Messia dalla posa solenne, dal dito pungente, dalla lingua tagliente e affilatissima come il suo bastone.
Il Messia il cui verbo era il Verbo,
Giunse.
L’immenso oceano brulicante – una folle folla scalciante – urlava il suo nome. L’aria tremava dall’eco tuonante. Il grande palco era stato allestito nella più grande piazza dello Stato.
Eccoli!
Trecentomila fedeli acclamanti Colui che guida le genti, Colui che marcia eternamente, Colui che della piramide conosce solo la sommità.
Il battimani segnò che era venuto l’agognato momento di ricevere il nutrimento, di dissetarsi dell’ambrosia orale del Magnifico Maestro.
Dal Palazzo dell’Ottimo Governo sbucarono trenta divise scure, trenta baionette, trenta coltelli. L’Invincibile Armata penetrò il magma umano con peculiare semplicità:
Timore e rispetto,
partendo da queste due colonne si costruisce un impero.
Le guardie del corpo si fecero largo nel formicaio come le talpe nella terra sudicia e condussero il Messia verso il palco, laddove la folla avrebbe potuto godere di un suo sguardo, di un suo segno, di uno smagliante sorriso da iena.
S’accomodò sui primi scalini con posa fiera, d’acciaio.
Parlò.
“Il mondo non ha confini per noi”.
La folla restava in silenzio.
Solo i primissimi potevano avvertire il suo sussurro di ghiaccio.
“Parte da me e s’irradia all’infinito a trecentosessanta gradi”.
Il Messia calpestò, maestoso e arrogante, gli ultimi scalini.
Più saliva, più il sole inondava la sua regale e virile figura.
“Il valore di un condottiero si misura dai seguaci”, soleva ripetere ai suoi ministri, generali o giudici che fossero.
Salì ancora.
Un berretto dalla tenebrosa aquila adombrava la fronte lucida del Saggio e oscurava gli occhi sottili trasformandoli in fari abbaglianti, stelle polari del suo popolo. Una blusa grigia ospitava poche medaglie al valore.
Il rettangolo nero sopra le labbra, era il segno evidente che Dio, Dieu, God, Gott avevano posto un segno sul suo puro e bianco volto.
Giunse.
La folla esplose, salutando il Messia sopra di essa.
Tese le mani.
Aprì le palme.
Tutti risposero per sfamarsi di tanta generosità.
Si sporse al microfono :
“Popolo …”
La marea nera attendeva di essere inondata.
“… Dio è con noi!”
Sììì, con noi!
Il popolo rinvigorì la propria fede.
“I nostri nemici tremano. Sanno che la gente laboriosa imbraccerà le armi e si riprenderà la terra stuprata da branchi di fannulloni”.
Il suo capo roteava a destra e a sinistra, mentre i suoi collaboratori osservavano il potere incarnatosi nell’Uomo Giusto. Capirono la differenza fra i pupi e il burattinaio.
Gli astanti erano precipitati nell’estasi dei desiderosi. La sua voce era sempre inebriante.
Per tutti lo era, anche se giungeva affievolita ai più distanti.
Il sole si scaldò e parve bruciare la folla. E allora lui chiamò il vento rinfrescante e gelido della Verità, il vento del Verbo, l’Alito creatore.
Che non smise più di soffiare:
“Il nostro passato è stato gloria effimera. Ci hanno mandato a combattere a fianco di gentaglia straniera e mercenaria. Quando hanno capito che la guerra era persa non hanno mosso un dito per riportarci a casa.
No!
Hanno pensato bene di lasciarci in pasto alle canaglie. Hanno avuto paura di un popolo tradito negli affetti con in braccio il fucile e hanno sperato che fossimo morti tutti.
Noi però siamo ancora qui!”
L’isteria si mescolò all’approvazione.
“Complotto.
Solo un meschino complotto ci ha ridotti così.
Non siamo più padroni della nostra terra che riforme agricole inutili hanno consegnato a randagi inoperosi. L’industria è in mano ai grandi potentati d’oltreoceano che schiacciano il commercio. Non ci resta così che lavorare come schiavi per dei padroni che non ci apprezzano. Se cerchiamo una via d’uscita, i banchieri ci sbarrano la strada. Solo gli usurai ci rimangono. Immaginateli tutti con la loro bella stella in fronte.
Perché?
Perché un popolo non può lavorare per sé stesso?
I nostri figli si vergognano di essere tali. Non possiamo garantire loro un futuro roseo e potente.
Ascolta popolo!
Tu sei stato inquinato. Sei stato appiccicato con la forza alla razza impura. Loro sono quelli che ti dicono: ‘Ecco il denaro, così lavorerai’. Poi, però, ti spremono con interessi sopra interessi. Ti umiliano. Ti schiavizzano”.
Loro, loro, loro …
“Gli ebrei…”
Cori antisemiti si levarono e scavarono nelle orecchie dell’oratore, che godette di tanta fedeltà.
“… malvagia razza di assassini. Dio mi disse che la punizione inflitta agli ebrei ha in realtà danneggiato tutta l’umanità”.
La folla ghignò.
“Dio mi disse di essersi fidato di un popolo che non ha esitato a sottomettersi alla volontà di qualche ciarlatano ateo.
Mi disse che mandò un imperatore a distruggere la loro casa e a disperderli per tutto il globo. Mi disse che loro avrebbero subito persecuzioni, violenze, pregiudizi di ogni sorta”.
Il Messia fece un segno da sotto il banco e un suo scagnozzo alzò il fucile e sparò.
La folla ringhiò.
“Dio mi disse che è ora di smetterla che questa gentaglia inquini il mondo. ‘Io eleggo un altro popolo a difesa della Verità e della Fede’, mi urlò. ‘Io nomino un altro imperatore a condurre questo popolo nella Missione, tu!’,
mi comandò”.
Attesa spasmodica.
“Ed io…
sono qui per voi”, sussurrò.
Un urlo calpestò il mondo e i cuori impazzirono.
“Mi pongo a capo di una classe politica che non commetterà più il grande errore: l’inerzia”.
Azione, azione, azione …
“Gli inerti hanno svenduto il nostro popolo.
Bisogna lavare quest’onta, anche col sangue.
Dobbiamo combattere qui ed ora se vogliamo conquistarci un mondo fertile, operoso e dinamico.
Uccideremo chi ci taglierà la strada. Col loro sangue daremo da bere alle zolle secche che i nemici lasciano marcire al sole. Cureremo le vacche che loro tengono come cani randagi in stalle paludose e fredde. Spezzeremo le gambe a chi le usa per elemosinare e a chi vuole i nostri soldi per sprecarli e farci piangere”.
Troppi …
Troppi vogliono accaparrarsi la nostra fiducia per depredare i nostri risparmi.
Se continuerà questa storia falsa, lavoreremo non per i nostri figli, ma per quegli sporchi usurai della stella di David.
Le sei punte rappresentano il numero della Bestia. Noi siamo il Bene, loro il Male. Loro sono malvagi, subdoli e fornicatori. Loro s’insinuano in casa nostra sotto false spoglie…”
“Io farò in modo che ogni sporco usuraio abbia la sua bella stella appiccicata in fronte. Così saprete a chi sparare!”
Altri colpi di fucile saettarono dal palco, mentre la folla eruttava suoni.
“Guardate di là, dove sorge il sole.
Là, nacque la seconda Bestia, dalla falce e martello: le immense pianure non fermeranno più di tanto la marea comunista.
Popolo!
Devi costruire dighe immense, argini maestosi solo col piombo! È l’unica cosa che comprendono”.
La folla assentì.
“Premono verso di noi per schiacciare le nostre brame di popolo eletto. Li fermeremo e li ricacceremo.
Abbiamo bisogno di nuove terre per riempire gli stomaci dei nuovi nati.
‘Andate e moltiplicatevi’, mi disse!
E la ricetta per riuscirci consiste in cibo e spazio.
Spezzeremo il collo a chi vorrà fermarci”.
Questi comunisti coi loro sindacati vogliono che il popolo possa comandare, che tutti siano proprietari di tutto, che non esistano più classi…
Menzogne!
Vi vogliono solo fare schiavi, perché non esisterà mai un popolo ordinato senza Stato. E per loro Stato vuol dire sonno”.
Prese il respiro.
“Per noi,
lavoro…”
lavoro, lavoro, lavoro,
“…significa pane e gloria!”
Siiii…
‘Lavorate e moltiplicatevi!’ sono le parole d’ordine del Nuovo Ordine. Io ve lo insegno. Il nostro popolo crescerà a dismisura e non potrà più essere rinchiuso nella prigione che i giudei hanno eretto per controllarci. Andate a conquistarvi terra dove vivere e uccidete chi tenta di fermarvi”.
Eletti, eletti, eletti …
“Si. Noi siamo gli eletti.
Popolo!
Alza le braccia al cielo e saluta chi ti ama!”
Ore sette.
Le campane.
L’oratore scese dalla scala.
Sarebbe ora di pulirla.
La chiuse e l’appoggiò accanto all’uscita.
Spense il grammofono.
Fantastici gli effetti sonori di oggi.
Lo ripose nell’armadio.
Si levò la divisa dell’esercito:
soldato A. H.
S’infilò la tuta blu.
Prese il secchio, i solventi, i pennelli.
E uscì a fare l’imbianchino.

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Michele Aglio
Michele Aglio

Michele Aglio è nato il 24 ottobre 1975 a Cremona. Ha scritto cinque fra romanzi e raccolte di racconti: "Lo Scoppio" (2002), "Fratelli" (2003), "Tre" (2005), "A,medeo" (2007) e "Motorullo Ultrapiatto" (2008). Dopo la laurea in comunicazione e marketing (Trieste, 1999), ha vinto il premio Cenacolo 2002, sezione giovani.

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