La vita vista dal balcone

Giocavano a carte su quel pullman in cui avevano preso posto almeno altri trenta anziani, Giulio Roccia, novantenne della provincia di Trento e suo nipote di otto anni, Tommaso, ridevano e il nonno si arrabbiava perché Tommy vinceva sempre, quei due poi rimanevano in silenzio e vedevano le greggi sulle dolci colline alle porte di Roma, vedevano le prime rovine romane e i contadini sulle trebbiatrici
Giulio era completamente calvo, le sopracciglia folte e gli occhi cerulei e severi, un viso massiccio da guerriero, parlava di rado come gli uomini di montagna a Tommaso, preferiva magari allungare la sua mano forte e rugosa per accarezzargli la testa o per dargli uno scherzoso scappellotto.
Tommaso era orfano e per questo aveva sul volto sempre un velo di tristezza, portava gli occhiali, aveva il volto paffuto e gli occhi grandi e chiari, gli piaceva ascoltare dal nonno del suo ferimento sulle montagne durante la grande guerra, e del nonno era l’unico a sapere tutto, del suo passato di camicia nera, il nonno gli mimava i discorsi del Duce, gli raccontava le notti in trincea, gli ricordava di quel giorno in cui gli bombardarono la casa.
L’unica volta che Giulio Roccia era stato a Roma, era stato il 10 Giugno 1940, era stato in Piazza Venezia, il Duce diede l’annuncio dell’entrata in guerra dell’Italia e Giulio sentì già quel giorno che il suo fascismo stava per finire.
Era emozionato Giulio, era forse il suo ultimo desiderio, aveva messo via con pazienza i soldi per quel viaggio e voleva accanto a sé il nipote che adorava, voleva condividere quella gioia.
“A te cosa piacerebbe vedere a Roma?” domandò Giulio a Tommaso
“Lo stadio Olimpico e poi dove fanno il cinema e dove fanno la televisione”.
Il nonno lo guardò e pensò a quei loro due mondi tanto diversi, inconciliabili forse, oggi ai ragazzi interessava il calcio, la tv, il cinema, per lui Roma era il milite ignoto, piazza Venezia, il Colosseo, le vecchie botteghe dove vendevano cappelli, via dei fori imperiali.
Con la sua mano piena di vene in rilievo e peli bianchi: “Ti porterò nei luoghi che hanno ispirato la mia vita, i luoghi a cui ho sempre pensato con orgoglio anche se li ho visti una sola volta nella vita, la piazza dove ho sfilato da soldato, i bar dove ho scherzato e parlato della vita con i miei commilitoni”.
E Tommaso lo guardava e gli disse: “Ma anche allora c’era il calcio e la tv e il cinema?” “C’era il cinema e il calcio ma contavano meno di adesso, allora c’erano altri valori tra la gente, c’erano più illusioni” disse e si asciugò gli occhi come faceva spesso perché gli lacrimavano anche se non era particolarmente triste.
Erano entrati in città e si erano messi in piedi nel corridoio del pullman per vedere Roma sfilare, videro le acque e i ponti lungo il Tevere, le pietre di Castel S.Angelo, la cupola di S.Pietro, ad ogni monumento scesero dal pullman Giulio prendeva Tommaso per mano e gli leggeva qualche riga della storia di quei monumenti.
Quando scesero a Piazza Venezia era quasi al tramonto, i palazzi sembravano tutti rossi per il riverbero dell’ultimo sole della giornata, Giulio prese per mano Tommaso ma rimase immobile a fissare il balcone di Piazza Venezia, quello dove il duce pronunciò i suoi discorsi più importanti, sul viso di Giulio non c’erano lacrime ma stringeva la mano di Tommaso più del solito.
Intorno a quei due fermi sulle aiuole di fiori tristi, scorrevano automobili impazzite, cortei di giapponesi con le telecamere a tracolla che ridevano sempre, avrebbero riso anche nei cimiteri, un mondo impazzito che non aveva tempo per fermarsi, per ascoltare, per partecipare, alla allegria, all’orrore, a qualcosa, non c’era più tempo per la Storia, per condividere qualcosa, anche un errore, prese a piovere fitto con il sole ancora luminoso in cielo.
Giulio tornò indietro di cinquant’anni, a quando era in mezzo a quella folla in Piazza Venezia, quella folla che sospirava, fremeva, urlava scompostamente, sperava, piangeva per Benito Mussolini e per l’Italia e ad un certo punto Tommaso gli chiese: “Perché non parla anche quest’anno?”.
Giulio ci rimase male anche se gli sorrise e gli rispose: “Il duce è in viaggio, forse un giorno tornerà a parlare”.
Non gli disse che tutto quel mondo era irrimediabilmente finito, non c’erano più quegli uomini nella piazza, non c’era più il Duce, c’era solo il balcone, quel mondo era fallito, quel mondo era finito nel sangue, in una folle guerra, Giulio disse a Tommaso che quello che gli faceva più rabbia era che molti che avevano sostenuto quel regime erano stati i primi a rinnegarlo e allora quel popolo e quel Paese non poteva essere cambiato, migliorato, oggi gli sembrava che i giovani non credessero più in niente perché in fondo è comodo non credere in niente, e invece secondo Giulio un uomo dovrebbe pur credere in qualcosa.
Tommaso voleva andare a Cinecittà ma Giulio quando fu ai piedi del monumento al milite ignoto pianse e non voleva farsi vedere da Tommaso ma il nonno fu scoperto perché ormai piangeva a dirotto: “Perché piangi nonno, chi ti ha fatto male?”.
“Io mi sono fatto male, mi sono fatto male da solo” e Giulio indicò il cuore e poi la testa.
La sera successiva dopo cena quando fu il momento di risalire sul pullman per tornare a casa, Giulio prese per mano Tommaso e si perse tra la folla, non voleva andarsene: “Voglio stare almeno qualche giorno, andremo nelle rovine, nei musei, voglio vedere Roma con te Tommy”.
Tommy s’attaccò alle gambe del nonno e urlava di gioia.
“Io però voglio vedere l’Olimpico” “Promesso”.
Giulio e Tommaso trascorsero tre giorni bellissimi, andarono allo stadio, a Cinecittà, negli studi della televisione, poi in mezzo a una piazza gli mimava quando aveva sfilato davanti al Duce e gli ripeté come in una recita teatrale le parole del Duce mentre la gente intorno a lui lo guardava stralunata e i giapponesi lo fotografavano: “Ero un soldato, adesso sono solo un buffone” disse abbracciando Tommaso che gli domandò: “Tu vorresti ancora la guerra?”.
“No, vorrei solo che tornassero certi sentimenti, certe modestie nella gente, vedi quando c’era il Duce l’Italia era più povera di adesso ma la gente aveva più dignità, il povero non si vergognava di essere povero come oggi, oggi sembrano tutti ricchi, non si conosce il sacrificio, la riconoscenza, il rispetto, queste parole in questo Paese sono morte, oggi quasi tutti si ignorano, noi ci sentivamo comunque uniti a qualcuno, magari contro qualcuno ma sceglievamo, qui non sceglie più nessuno”.
Erano davanti alla scala di Trinità dei Monti, Tommaso si era addormentato al discorso del nonno, là su quella scalinata dove si parlava di borsette in pelle, di una ragazza con un culo incredibile, si parlava di quel comico che ha detto cose divertenti in tv, e lui Giulio Roccia seduto accanto a suo nipote si sentiva ignorato, sconfitto, anche suo nipote non lo ascoltava nemmeno, parlava da solo come un qualunque pazzo.
Come una forza superiore lo portò ancora su quella Piazza Venezia che lui amava, non aveva mai adorato la guerra in sé e anzi alla lunga la riteneva un errore per il Fascismo ma adorava quel tempo perché aveva creduto in qualcosa di migliore per quel suo Paese, ritornò proprio nel punto esatto in cui era stato quel 10 giugno 1940.
Solo che oggi rischiava di essere travolto dalle auto perché era proprio in mezzo alla strada, i due se ne stavano dritti immobili senza dire una parola, con lo sguardo rivolto verso il balcone mentre i clacson delle macchine suonavano impazziti, a volte Giulio alzava pure il braccio teso in segno di saluto, Tommaso invitava gli autisti a stare calmi mentre il traffico era bloccato:
“Ha novant’anni – urlava Tommaso – sta aspettando che torni il Duce, dovete capirlo, lui ci crede ancora, sta provando una emozione”. Ridevano, quelli ridevano.
Lo spintonarono sul marciapiede e per poco non gli venne un collasso, Tommaso lo aiutò a sedersi su una panchina, lo vedeva ansimare, lo fece bere.
Quella sera camminarono intorno a Palazzo Venezia e a Giulio sembrava irreale che spesso gente qualunque entrasse e uscisse da quel palazzo, chi in canottiera e chi rincorrendosi, che ci fosse gente che si baciava contro quel muro, gente che aspettava l’autobus, c’erano pure delle scritte su quei muri, era un’altra sconfitta, era un altro segno che lui era di troppo in quel mondo.
Giulio quella notte volle entrare nel palazzo e lo disse a Tommaso che ne fu entusiasta ma disse: “Che ne direbbe il Duce se sapesse che un soldato semplice ha calpestato il suo balcone”.
“Ne sarebbe stato felice, io voglio vedere quello che ha visto lui, quello che ha provato lui lassù”.
Quella notte Giulio con la scusa di una malore s’infilò nel portone, poi quando i guardiani si assentarono per chiamare soccorso, nonno e nipote piano piano risalirono la stupenda scalinata di Palazzo Venezia dove sembrava di salire verso il Paradiso o verso l’Inferno comunque verso un luogo da cui non si torna più indietro.
Si soffermarono a guardare l’armonia sublime del cortile interno con palme e fontane, Giulio pensava a quegli scalini calpestati dal Duce, di quel palazzo immerso nella Storia oggi piombato nella quotidianità, nell’indifferenza di una donna di servizio nera che pulisce le scale e sorride.
Arrivarono nella sala del Mappamondo, quando entrò Giulio strinse a sé Tommaso per l’emozione: “E’ il giorno più felice della mia vita, viva il Duce, viva l’Italia, se non c’era quel 10 giugno ti avremmo ancora qui con noi Benito” disse e s’infilò la camicia nera che estrasse da una borsa della Coop.
Giulio camminava piano piano toccando la scrivania, le pareti, il pavimento mentre Tommaso fece rimbalzare a terra la palla da calcio che aveva comprato e cominciò a palleggiare.
Giulio uscì sul balcone e guardò di sotto, per un attimo si sentì il cuore battere forte, un lieve sudore sulla fronte, guardava sotto di sé e vedeva solo tetti di auto, urla e clacson, coppie prendersi per mano, cominciò a recitare i discorsi del duce ai ferrovieri, ai contadini, ai maestri, si guardò bene di recitare il discorso della entrata in guerra dell’Italia e sotto nessuno lo sentiva in mezzo a quel caos, c’erano le parole del Duce e nessuno le ascoltava.
Intanto dentro la stanza Tommaso continuava a giocare ignorando il nonno, ballava intorno alle sedie, a voce alta fingeva una partita di calcio tra Roma e Lazio, le porte erano la scrivania del Duce e un camino, Tommaso voleva giocare e basta, non gli importava della storia del nonno.
Era ormai notte quando qualcuno si accorse di quell’uomo sul balcone che recitava i discorsi del Duce, una piccola folla si radunò, sempre più gente arrivò insieme alla polizia e ai carabinieri, la piazza fu bloccata e ormai c’era una folla quasi oceanica.
Molti urlarono invettive, lanciarono pietre contro il palazzo, altri applaudirono quell’uomo, molti ridevano a sentire quei discorsi, quei discorsi così seri un tempo oggi facevano ridere la gente, era grottesco vedere quelle parole del duce in mezzo alle risate e Tommaso urlava: “Nonno vieni a giocare!”.
Ad un tratto Giulio dopo aver fatto il discorso della entrata in guerra si interruppe e parlò alla folla:
“La guerra non ha migliorato il nostro paese, ma l’Italia che volevamo noi non c’è più, forse non c’è mai stata, i palazzi che sono intorno a noi non li sentiamo nostri, le strade e i monumenti li trattiamo come se non ci appartenessero, il vicino di casa ci è sconosciuto, oggi un pezzo di carne non vale niente, oggi ci sono solo prezzi” disse e poi riprese più forte mentre laggiù c’era quasi silenzio come quando parlava il Duce.
“Qui vi parla un uomo sconfitto, mentre il duce ci parlava di vincere, io vi parlo da sconfitto appartenente ad un mondo che ha perso e che non vuol tornare, bisognava credere, obbedire e combattere, io non credo più in questo mondo, non obbedirò ai valori di questo mondo, quelli dell’egoismo, della sopraffazione, dell’indifferenza, del denaro, io non combatterò più per cambiare questo mondo per far vincere il rispetto, l’amore per la famiglia, per l’amicizia, io l’ho insegnato a mio nipote e quindi sono felice, forse lui realizzerà il mio sogno”.
Giulio guardò un ultima volta Tommaso che giocava sereno a pallone intorno al mappamondo di Mussolini, mentre il popolo urlava e rideva, il camerata Giulio Roccia si gettò dal balcone di Palazzo Venezia e si sfracellò a terra tra due ali di folla inorridita.
Fu portato via il corpo, lavato il sangue, si senti solo l’urlo lancinante di Tommaso che gridava: “Nonno!” poi il traffico fu riaperto e le macchine tornarono a viaggiare e i clacson a suonare, i giapponesi ricominciarono a fotografare quel balcone da cui un pazzo che si credeva Mussolini si era da poco lanciato.

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Tito Pioli
Tito Pioli

Per pigrizia non ho mai amato molto viaggiare, se non per vedere arte e quartieri fatiscenti, per questo ho cominciato a scrivere, per immaginare il mondo, per sognare il mondo, perchè immaginare è sempre più bello e profondo che vedere.

Ho scritto tre romanzi:
"L'isola che non c'é", giunto secondo al premio Linus Baldini e Castoldi 2004 (un imitatore di animali si trova a convivere con gli anni settanta tra politica e stragi di stato)

"La cuoca puzzona" (parla di una cuoca indiana che sa cucinare tutti i piatti del mondo e cercherà di salvare il suo paese con molti ostacoli) ha ricevuto apprezzamenti scritti da case editrici nazionali e da editor ma finora non pubblicato

"La banda dell'arte", segnalato al recente premio "L'autore" della Firenze Libri, ora in lettura (parla di un professore di arte che cerca di portare la sua classe di precari nel mondo dell'arte e della bellezza, ma loro saranno attratti dal male dell'arte...)

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