Avevo votato i Semprefreschi perché avevano promesso più freddo per tutti, e invece ben presto eccomi a rischio di estinzione immediata. Di freddo nemmeno l'ombra, se così si può dire. Era arrivata la primavera, e i suoi quindici gradi mi erano letali, perché non per tutti la primavera è sinonimo di vita nuova, accidenti al sole e a chi l'ha fatto. La mia morosa si era già sciolta, sei mesi di amore andati in acqua. Io ero bello grosso, ma non ero destinato a durare molto di più. Il mio creatore è un ingegnere, non si vede mai ma quando torna a casa fa delle cose strane per il figlio. Una volta gli ha portato il duomo di Milano, 180 chili di cioccolato, l'ha fatto arrivare con un furgone e l'hanno scaricato con una gru, poi il bambino ha invitato la classe e l'hanno fatto fuori in giardino, guglie, altare, sacerdote e tutto. La moglie applaudiva e scattava foto, mentre il bambino mangiava gli ultimi fedeli al latte, sorridendo all'obiettivo. Il giorno che sono nato nevicava come non si era mai visto, i fiocchi erano radi, ma grossi come mongolfiere e quando cadevano facevano il rumore sordo di un caduto al fronte. Mio nonno è un ghiacciaio e me ne ha raccontate tante, di queste storie. Se il mio ingegnere fa i palazzi come ha fatto me, è meglio abbandonarli subito, finchè si è in tempo. Per farmi il naso ci ha messo una banana, perché l'ultima carota l'aveva usata sua moglie per il brodo. Così messo sembravo un tucano di neve, non un serio pupazzo. Berretto-elmetto, classico scolapasta. Occhi: cuoricini di pollo. Ma, signore delle nevi, questo qui da dove era saltato fuori? Il figlio si divertiva un mondo, anche se coglievo in lui espressioni per nulla convinte. Boxer hawaiani, cintura di castità, coltello di Rambo, e per piedi zampe di gallina. Mi andava la neve alla testa per la vergogna. Ai primi soli, prima di squagliarmi me la sono squagliata, e ho trovato un posticino nella cella frigorifera di un ristorante cinese molto ben frequentato. Il cuoco non ha mai dato peso alla mia presenza, non ha mai fatto domande, si faceva una risatina, prendeva la roba che gli occorreva e se andava. Chissà che tipo di vita fa. Dopo un po' che sei in una cella frigorifera, è un po' come per gli uomini rimanere in galera. Così ho pensato che o tornavo da mio nonno nel ghiacciaio, o morivo. E una domenica mezzogiorno, quando il cuoco ha aperto la cella, me la sono data a gambe, con il coltello di Rambo in mano. Il cuoco ha fatto una risatina e d'altra parte nessuno degli avventori sembrava spaventato. Uno di loro ha gridato indicandomi: “Lo voglio io quel sorbetto!”. Ho scalzato uno che stava scendendo dalla macchina appena parcheggiata, mi ci sono buttato dentro e via. Era una macchina rossa, molto bassa, che in prima faceva già i cento e faceva molto rumore, e schiacciando un po' faceva i trecento Doveva essere una di quelle che chiamano city car, troppo lenta per un uomo delle nevi come me con la vita in pericolo. Ho passato momenti terribili, se ci penso. Le braccia si scioglievano dallo sforzo e la fronte era imperlata di goccioline di neve. Avevo lasciato la città, che alle mie spalle diventava piccola e anch'io piccolo e impaurito mi inerpicavo su per i vicini monti. A volte cosa vuol dire, nascere vicino ai monti. Ti cambia la vita. E' come nascere in Europa piuttosto che in Africa. Prendevo i tornanti con l'allegria della disperazione ed ero tranquillo, perché il supplizio sarebbe durato poco, si trattava di arrivare o di sciogliermi dentro la macchina. Il tappetino era fradicio, ogni volta che curvavo lasciavo uno schizzo di faccia contro il vetro, lasciavo un pezzo di natica sui sedili in pelle. La vita degli uomini sarà difficile, ma quella degli omini di neve impossibile. Quando sono arrivato al ghiacciaio non ero più io, ho aperto la portiera con una spallata e il naso mi è caduto per terra, e poi la cintura di castità. Ero sfatto, deformato, come un cubetto nel tritaghiaccio. Non sapevo se ero ancora io, non so se mi spiego, però pensavo a mio nonno e mi sono inginocchiato e sono corso da lui come fanno tutte le palle di neve, rotolando. E mentre rotolavo sentivo che ero salvo, e pensavo con un misto di tenerezza e malinconia al mio arrivo nel giardino di un ingegnere, un fiocco qui e uno là che cadevano con un tonfo sordo come soldati al fronte, e poi quell'uomo mi aveva messo insieme. Mi ha dato una dignità, mi ha fatto a sua immagine e somiglianza e poi mi ha abbandonato a me stesso. Questi uomini. Danno la vita con la stessa facilità con cui la guardano andare via.
2 commenti
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Vorrei proprio vederlo, un omino di neve con un naso a banana…
Racconto comicamente triste.