Non dovrei più cascare nel distacco
dal vivere, poiché la sofferenza
e i bisogni dei giorni danno scacco
alla pochezza, al gelo che l’essenza
del mio sentire comporta. Io pecco
d’un egoismo meschino e banale,
letale, eppure in questo viver secco
io non so non peccare. Ma di un tale
torpore questo mio corpo s’impasta
che s’assopisce l’azione con esso,
fino alla stasi completa. Scrollarmi
dall’apatia d’altronde non basta
a cancellare la viltà, ammesso
di sapermi risolvere a mutarmi.
