La battuta di caccia era iniziata presto quella mattina, troppo per il maresciallo Bellomo che si era presentato sull’argine di Boscobasso con la piega del cuscino ancora sulla faccia.
Orario giusto per la caccia a un felino, gli aveva assicurato il sindaco Ferraroni da intenditore qual era, non a caso era stato avvistato da dei pescatori ­appostati lungo il Po ben prima che il sole sorgesse. Orario in cui lui dormiva, aveva obiettato il maresciallo, il quale non credeva affatto a quella storia strampalata raccontata dal Reseghini e dal Marelli, abili narratori quanto instancabili bevitori. E infatti, quando si erano recati in caserma per la deposizione, l’alito non aveva tradito le attese e nel giro di pochi minuti l’aria nell’ufficio si era fatta irrespirabile.
Stando al loro racconto, i due si erano da poco sistemati sulla golena sotto l’argine a pescare le alborelle per il pranzo, quando un rumore sospetto nel silenzio del primo mattino aveva attirato la loro attenzione. Rumore a cui era seguito il movimento furtivo di un’ombra scura.
Su un argine, alle quattro di mattina, difficile vedere qualcosa di chiaro, era stato il commento del Bellomo, ma li aveva invitati a continuare.
«E niente» aveva proseguito il Reseghini, «abbiamo lasciato lì le canne e ci siamo appostati. Si sentivano solo le cicale chiamare il caldo, gli uccelli non avevano ancora iniziato a cantare. Il fiume, calmo e tranquillo…»
Il maresciallo l’aveva interrotto e aveva chiuso e riaperto i pugni facendogli capire di stringere.
«L’abbiamo vista» era intervenuto il Marelli.
Cosa?
«La pantera nera, no? Quella avvistata anche a Casalbuttano.»
Ah, proprio la stessa?
E quante pantere potevano aggirarsi per la campagna cremonese?
Per il Bellomo, nemmeno una, ma il sindaco Ferraroni era di tutt’altro avviso e lo aveva costretto alla levataccia che lo aveva portato lì sull’argine, prima dell’alba, con le zanzare che banchettavano con i centimetri di pelle non coperti dalla divisa. Sapeva, il maresciallo, che di lì a poco il sole sarebbe sorto e la temperatura si sarebbe fatta via via insopportabile. Pertanto, prima finivano e meglio era.
Aveva dato disposizione ai due sottoposti di tenersi in contatto radio con lui e di non dire nulla nella remotissima ipotesi in cui avessero avvistato qualcosa. Due o tre ore, non di più, questo il tempo che il Bellomo aveva intenzione di buttare in quell’inutile battuta di caccia. Appuntato e brigadiere avevano annuito, quest’ultimo deciso a sdraiarsi sotto un pioppo per riprendere il sonno interrotto.
A dar man forte ai carabinieri, l’intera comunità di Boscobasso. Ognuno armato di volontà, pazienza e, a seconda delle possibilità, di un fucile da caccia o di un semplice bastone. Il sindaco era tra i primi, carico di energia come mai lo avevano visto.
«Vedrà che la prenderemo» disse al Bellomo battendogli una mano sulla spalla.
Sì, una cantonata, pensò il maresciallo ammazzando una zanzara dietro il collo con un colpo secco e preciso.
Crrr, la radio gracchiò. L’appuntato Cannizzaro aveva notato qualcosa.
«Mannaggia a te» sbottò il Bellomo tra i denti, «cosa ti avevo detto?»
Non c’entrava nulla la pantera, lo rassicurò il sottoposto.
E cosa, allora?
Pescatori di frodo, o almeno credeva.
«Appuntato, credere non basta.»
«Ho visto un’ombra scura infilarsi tra gli alberi.»
Pure lui. Quel caldo stava dando alla testa a tutti.
«Vai a controllare, svelto.»
Il Bellomo non fece in tempo a finire la frase, che due colpi di arma da fuoco esplosero nel silenzio pesante e umido e un verso agghiacciante tolse ogni dubbio ai presenti: l’avevano colpita, la pantera era stata abbattuta.
Decine di persone accorsero sul luogo degli spari, pochi metri all’interno del bosco. I più coraggiosi davanti, guidati dal Ferraroni, gli altri dietro seguiti da un incredulo e spaventato Bellomo. Tra gli sbuffi dei meno allenati, raggiunsero una radura dove con ogni probabilità aveva riparato la bestia, sanguinante a giudicare dalla scia sul terreno. Il Ferraroni rallentò e fece cenno agli altri di fare lo stesso.
«Ssst, piano, potrebbe essere ovunque.»
Trattennero il fiato e avanzarono lentamente. In lontananza si udivano dei lamenti e un tramestio. Superarono un gruppo di alti gelsi bianchi e ciò che videro aveva dell’incredibile. L’appuntato Cannizzaro se ne stava accovacciato accanto a una figura che del felino non aveva proprio nulla: tozza, grassottella, indossava un paio di scarpe e una divisa da carabiniere. Il brigadiere Mancuso era stato raggiunto nel deretano da alcuni pallini sparati dal sindaco Ferraroni in persona e se ne stava lungo disteso all’ombra di un grosso pioppo, vivo ma dolorante.
«Chiamiamo il 118?» domandò il Reseghini. Meglio il manicomio, gli fece il verso il maresciallo Bellomo.

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