Chiamano: «Bastiani, vieni».
Bastiani si alza, si passa le mani sul petto come se fosse la prima volta che tocca la stoffa ruvida, e le pieghe, e quel bottone che continua a staccarsi. Ha uno sguardo smarrito che affida agli altri due uomini nella stanza.
Riccardi è svaccato sullo sgabello davanti al tavolino e solleva appena la testa prima di rimettersi a piegare la stagnola delle sigarette. Sta facendo un drago, pezzo molto difficile che richiede almeno due cartine, una per il corpo e l’altra per le ali. Quando lo avrà finito, lo appoggerà nel museo, sulla mensola dove stanno le tazzine e i cucchiaini a destra e, a sinistra, le sue creazioni. Guai a toccargli gli origami, perché si incazza. Ma Bastiani lo sa, e se ne guarda bene. Lo sa anche Capuozzo, che però adesso è catturato dallo sguardo incerto di Bastiani. Lo trattiene e glielo restituisce un po’ più sicuro.
Capuozzo fa la faccia che gli viene nelle occasioni importanti, due sopracciglia a virgola, un po’ cocker un po’ John Belushi, dice «Vai, cazzo. Non vorrai farlo aspettare?»
Riccardi sbuffa, non gli riesce una piega o è infastidito da Bastiani. Difficile sapere cosa infastidisca Riccardi, a volte basta un niente e scatta, comincia a urlare e a minacciare. L’altro giorno era per la pioggia. Un’altra volta ancora per la cena, che era fredda. Non c’è un motivo, o ce ne sono troppi. Forse, semplicemente, a Riccardi sta stretto questo posto. Come del resto a Bastiani e Capuozzo, ma loro si sono abituati e poi sono amici, è diverso.
Chiamano ancora: «Allora, Bastiani? Mi hai preso per il maggiordomo?»
Ma Bastiani non può, non ancora. Passa in rassegna la camera sperando possa aiutarlo. Si china ai piedi del letto. C’è un sacchetto che una volta doveva essere stata una federa. Ci fruga dentro e ne sfila un paio di calze scure. Si siede sul letto per infilarle. Capuozzo, che è grasso, deve farsi da parte per lasciagli lo spazio. Riccardi invece è alto e magro, sembra un tisico, però sta sempre sdraiato o seduto, occupa poco posto.
A Bastiani tremano le mani, il calzino si rifiuta di srotolarsi. Bestemmia. Finalmente riesce, infila i piedi nelle ciabatte, quelle in gomma con la banda a X sopra.
«Tanto non si vedono», si giustifica.
«D’accordo, Bastiani, gli dico di tornare a marzo.»
«E dai, un attimo. Sono pronto.»
Si alza, si guarda nello specchio, si piega, si torce perché lo specchio è piccolo e non riesce a vedersi tutto, allora si guarda negli occhi dei due amici. Stavolta anche Riccardi smette quello che sta facendo e lo osserva. Con un cenno del capo approvano entrambi. Incoraggiano: «Vai», in coro.
«Arrivo, arrivo».
Bastiani si dirige verso la porta, ma si vede che non è convinto. Torna indietro un paio di passi, quelli che lo separano dal lavandino, apre l’acqua e si inumidisce le mani, le passa nei capelli, li aggiusta. Si guarda ancora nello specchio chinandosi sulle gambe, si sistema la camicia.
«Eccomi.»
Ma di nuovo si ferma. Si guarda la mano. Quel maledetto bottone è saltato proprio ora. Ancora si rifugia nello sguardo degli amici, li esamina.
«E minchia», dice Riccardi.
«No», dice invece Capuozzo, che ha capito.
«Dai, è nuova; te l’hanno mandata per Natale. Fammi fare bella figura.»
«Ti va grande, chiedi a lui», prova a schivare Capuozzo indicando Riccardi.
«Nemmeno riesco ad allacciarla, la sua. E poi il marrone non mi piace; la tua è allegra.»
«Bastiani, vieni così o chiudo.»
«Dai, Capuozzo. Che ti costa?». E già Bastiani si sta spogliando senza aspettare la risposta. Butta la camicia sul letto mentre Capuozzo è ancora indeciso, perché è un regalo della moglie e gli scoccia che qualcun altro la usi al suo posto. Pensava di metterla a febbraio, quando la vedrà, anche se qui non è che ti avvisano prima. Così cede e la sfila dalla testa slacciando solo il primo bottone, per fare più in fretta. Fa freddo e a torso nudo tremano. Bastiani la indossa e la sistema con cura nei pantaloni, è dimagrito e gli vanno larghi.
«Ci vorrebbe la cintura», osserva. Si sente addosso l’odore di Capuozzo ma non gli dà fastidio, ci è abituato: sono insieme da quasi tre anni. Essere amici è anche conoscere gli odori.
«Finalmente, pronto Bastiani? O vuoi che chiamo il barbiere?»
Bastiani pensa che avrebbe davvero voluto andarci, dal barbiere. Ma c’era troppo da aspettare e fino a settimana prossima non potrà. Il fatto è che non sapeva che sarebbe venuto a trovarlo proprio oggi, altrimenti si sarebbe preparato per tempo. Ma sa che qui è così, che non può mai programmare nulla. Ha imparato a improvvisare.
Nella camicia nuova di Capuozzo si sente bellissimo, anche se forse gli va un po’ larga. Si avvia verso la porta. Tende i polsi.
«Aspetta», dice Riccardi dal fondo della cella. Quando Riccardi parla, gli altri ascoltano. Anche la guardia non dice nulla.
«Un attimo solo», chiede Bastiani.
Quello sbuffa, ma si vede che un po’ lo capisce. Anche lui è quasi in isolamento su questa maledetta isola, che per andare e venire ci vuole la barca, e per i parenti è una condanna in più. E il figlio di Bastiani da quanto è che non viene a trovarlo? Sarà almeno un anno, e sarà cambiato. Anche la guardia ha un figlio, più o meno della stessa età. Ma non ci pensa nemmeno a dirlo a Bastiani, che poi i detenuti se ne approfittano di queste cose, provano a farti commuovere per avere favori. Così fa la faccia dura e dice solo: «Basta».
Riccardi è in piedi, ha preso un piccolo fiore di stagnola dal museo, chiama Bastiani e glielo appunta al taschino della camicia.

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