Minghì era lo scemo del villaggio, anche se noi avremmo picchiato chiunque avesse osato chiamarlo così.
Quando frequentavamo le elementari, entrava all’intervallo nel cortile della scuola con il suo Ciao, tra il terrore delle maestre, per far dare gas ai bambini.
A noi che eravamo chierichetti e lo conoscevamo me­glio, ci faceva anche sedere sul sellino. Minghì era un orfano ed era sta­to cresciuto dalle Suore Orsoline del convento. Era praticamente nato e cresciuto in parrocchia e faceva il campanaro già dai tem­pi del povero Don Elvis.
Mentre i suoi coetanei crescevano, si innamoravano, andavano in guerra o si univano ai ribelli che combattevano in montagna – alcuni tornando e alcuni no – il destino di Minghì fu quello di rimanere un bambino di sei anni in un corpo da uomo.
Quando entrava a scuola con il suo motorino ne aveva già settanta, ma gli occhi luccicavano ancora per la meraviglia del mon­do, che per lui era sempre nuovo.
L’unica vera stranezza, per noi chierichetti che lo conoscevamo meglio, era quella fissa di andare a pulire e lucidare, dopo la messa delle nove, il vecchio organo sul balconcino del coro, in fondo alla chiesa.
L’organo era un affare vecchio come il cucco, con i tasti bianchi consumati e quelli neri con lo smalto scheggiato. Aveva smes­so di suonare da anni e anni, ancor prima che noi nascessimo. Non suonava già più quando erano nati i nostri genitori. Solo i vecchi ricordavano di averlo sentito, e pare che stonasse pure. L’ultima volta che le sue note risuonarono nella navata, fu per i funerali di Don Elvis, alla fine degli anni Quaranta.
Minghì non aveva interesse per la musica, così come non ave­va interesse per niente che non riguardasse lo stare con i bambini o il suonare le campane. E anche quelle, gli piacevano non per il suono, ma per il dondolarsi su e giù nel vecchio campanile appeso alla fune della Vigliacca, la campana maggiore.
Nessuno di noi aveva idea del perché Minghì andasse sempre a lucidare quell’organo scassato. Salire sul balconcino del coro a noi era vietatissimo, perché le scale di legno erano pericolanti, e forse ne eravamo un poco gelosi, perché a lui l’Arci Menetti non diceva niente.
A volte per andare a pulirlo non passava da dentro la sagrestia, ma faceva il giro con il secchio d’acqua e gli stracci da via Santa Martina e i ragazzi grandi che erano al bar gli ridevano dietro urlando cose sconce.
Minghì li salutava sorridendo, perché lui non sapeva distinguere quando lo prendevano in giro o no. Per lui le persone era­no tutte in buonafede.
Un giorno uno dei ragazzi grandi gli tirò dietro anche un pez­zo di mortadella ribollito, che lo colpì in testa. Minghì rise. Noi lo vedemmo dal cortiletto della parrocchia. Fu molto triste, perché Minghì continuò a sorridere, mentre toglieva la mortadella dal suo secchio d’acqua.
La domenica dopo, quando ci incontrammo prima della mes­sa, appesi alle funi delle campane, cercammo di fargli capire che era meglio lasciar perdere.
«Non serve pulire l’organo, Minghì», gli dicevamo. «Non funziona.»
Ma lui sorrideva.
«Funziona, funziona!» rispose, ma non si capiva se si riferiva a quello o alla fune della Vigliacca che lo faceva volare su e giù per il campanile.
Una domenica decidemmo di nascondergli il secchio e gli strac­ci. Fu una cosa stupida. Credemmo di poter fare quello che ci pareva senza dirgli niente, trattandolo alla fine come quei ragazzi del bar che lo prendevano in giro. Trattandolo da scemo.
Quando Minghì non trovò il secchio cominciò a urlare e a strillare. Era fuori dalla grazia di Dio. Rovesciò le panche della cappella votiva, lanciò lontano il turibolo e prendeva a pugni i muri. Nemmeno l’Arci Menetti riusciva a calmarlo: i suoi occhi docili e stupiti di bambino avevano lasciato il posto a due tizzoni ardenti, che bruciavano di rabbia. Parevano gli occhi di un predatore.
Andammo di corsa al convento delle Orsoline e quando arrivarono, nemmeno loro riuscirono a calmarlo, ed erano stupite e impaurite perché mai aveva fatto così.
Iniziò a calmarsi solo dopo che dicemmo di avergli nascosto il secchio, e ci mise comunque più di un’ora a tornare normale, coccolato dalle sue Suorine.
In realtà quelle che lo avevano cresciuto da piccolo erano morte, tranne Suor Irma la cuoca, ma lui pareva non accorgersene, perché tutte vestite così di bianco, con quei veli in testa, a lui dovevano sembrare la stessa persona. Erano le sue mamme.
Alla fine andò a pulire quel catorcio di organo, che lo lucidava con così tanta foga che lo consumava. Avreb­be fatto meno danni a lasciargli prendere la polvere.
Ci prendemmo una sgridata colossale dall’Arci Menetti e dalle Suore.
«Non fatelo mai più», dissero.
Cer­cammo di spiegare che era per non farlo prendere in giro dai ragazzi del bar e forse perché eravamo un po’ invidiosi che lui potesse andare sul balconcino e noi no.
E fu allora che l’Arci Menetti ci spiegò tutto.
Raccontò che durante la guerra una colonna di carri armati tedeschi e camion pieni di brutti ceffi della Brigata Nera si trovò a dover passare dal paese per salire a fare un rastrellamento a sorpresa sui monti, dove combattevano i Ribelli della 36a Gari­baldi.
Arrivati sul piazzale della chiesa, l’ufficiale in comando tedesco si mise in piedi sulla jeep e chiese a un ragazzo quale fosse la strada più breve per salire sui monti.
Era un ragazzino di quattordici anni che pareva non aver ca­pito la do­manda, nonostante gli fosse rivolta in perfetto italiano. Chia­ma­rono uno della Brigata Nera, che gli fece la stessa domanda in dialetto. Il ragazzino restò ancora smarrito per qualche tempo, e alla quarta volta che glielo ripeterono, parve capire e a gesti, balbettando forse dallo spavento per via delle armi e dei carri armati, gli rispose.
Li mandò giù dalla strada del fiume.
Era davvero la strada più breve per salire ai monti. Se la facevi a piedi, però.
Al terzo tornante prima del ponte, la colonna si bloccò. I carri armati non potevano passare. Ma a quel punto tutti i mezzi erano già scesi lungo la ripida strada e ci misero cinque ore a ri­tornare in retromarcia sul piazzale.
Nel frattempo, qualcuno era corso su ad avvertire i ribelli del­la Garibaldi di andare a nascondersi da un’altra parte.
L’ufficiale tedesco era su tutte le furie, per non parlare dei ceffi della Brigata Nera. Iniziarono a rastrellare il paese in cer­ca di quel ragazzino imbecille che gli aveva fatto sbagliare strada. Volevano fucilarlo.
Il ragazzino era davvero imbecille, in un certo senso.
Era Minghì.
Appena l’Arci Menetti ci raccontò questo, fu tutto chiaro.
A salvare Minghì dal plotone di esecuzione fu Don Elvis, che aveva seguito tutta la faccenda dalla finestra del suo studio in ca­nonica.
Era riuscito a nasconderlo nell’unico posto in cui i tedeschi e quelli della Brigata Nera non lo cercarono: dentro l’organo, sot­to la raggiera argentata delle can­ne.
Da quel giorno, l’aiutammo a portare il secchio e gli stracci, fermandoci però sotto al balconcino.
Lassù in alto era giusto che ci salisse solo lui.

 

Questa è una storia vera. Minghì è esistito veramente. E sen­za volerlo salvò davvero l’intera 36a Brigata Garibaldi nel terribile autunno del ‘44. L’ organo c’è ancora. Minghì non più. Ma vive in noi bambini di Casola che lo abbiamo conosciuto.

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