«Va bene, fine dei sogni. Però adesso ti tocca.»
Affacciato sul bordo dell’argine in cemento, Mate guardava l’acqua del fiume quasi ferma, che se ne stava tranquilla a rimbalzare l’ultimo sole, senza volerne sapere niente del loro dolore. O magari era proprio come lui, simulava tranquillità e invece aveva voglia di burrasca, di scrosciare e travolgere ogni cosa. Poi tornò a fissare gli altri: «Primo, questo è il punto più alto, e non era mai stato detto. E poi gli accordi non erano questi.»
Stravaccati sul cemento, Niko e Toni il biondo se ne stavano a fumare le sigarette rubate ai grandi e ad attendere senza divertimento, mentre dalle finestre e dalle porte sul lungofiume gracchiava ancora la televisione italiana, ma più nessuno stava a sentirla. Drago era in piedi, le gambe nude nei suoi pantaloncini diventati troppo stretti nel giro d’una primavera, a dettare le condizioni: «Quello che è detto è detto.»
Mate continuava a pensarci su. Guardava l’acqua della Nere­tva, così serena quella stronza. Poi il cielo, blu sempre più scuro in quell’inizio di sera senza vento e gonfio di tristezza. Ma che il cielo li comprendesse o meno, che solidarizzasse o no con loro, in piedi su quell’argine ci stava lui, e la giornata era stata già ab­bastanza un disastro. Era sembrato che la partita non dovesse fi­nire mai, poi un rigore dopo l’altro era finita. E non era finita bene. E allora avevano rimpianto tutti quei minuti in cui pareva davvero dovesse continuare per sempre.
Gli occhi di Mate tornarono sull’acqua. «Questo fiume è una delle pochissime cose che uniscono almeno due terre di questo Paese tenuto insieme con lo sputo», diceva sempre suo padre. Un’altra di quelle cose era la Nazionale, da je Brazil u Europi.
«Vergogna», bofonchiò Toni il biondo battagliando con la sigaretta troppo grossa per le sue labbra da dodicenne. «Lì dentro sono capaci di tuffarsi anche i mocciosi, e ci fanno pure il bagno.»
Dall’altra parte della barriera, Mate lo guardò con aria truce.
«Primo, i mocciosi fanno il bagno fino al pomeriggio, e c’è la luce, e l’acqua si vede, e si vede sotto, e tutto il resto. E poi, il bagno se lo fanno più in là, vicino alla darsena, e per metà tem­po se ne stanno aggrappati al molo. Bella forza.»
«Solo che il punto era proprio questo. Mi butto vestito dalla barriera davanti al bar di sotto, l’hai detto tu, e quel che è detto è detto.»
«Sì, ma non ho mai detto di sera. Non ho mai detto stasera.»
«Però Ivo il pazzo il rigore a Maradona l’ha preso, e l’ha preso stasera. Se non ti vuoi buttare adesso va bene, a me non cambia niente, mica mi diverto. La serata è una merda uguale. E Niko l’ho beccato pure a piangere, prima.»
«Tua madre piange.»
«Ma sono cazzi tuoi quando sapranno tutti che non l’hai fat­to». Drago si voltò a puntare gli altri due, cercando rinforzi.
«Ora glielo para, hai detto», rinforzò Toni il biondo. «Se para il rigore a Maradona, giuro che mi butto vestito davanti al bar di sotto.»
«Ma avevo detto pure se passiamo, e tutto il resto.»
«Io non l’ho sentito», rispose Drago.
«Nemmeno io.»
Mate rimase a fare i conti con la sensazione di essere stato ti­rato in mezzo. Poteva farlo, oppure non farlo, come Ivo il paz­-
zo, che poteva scegliere se andare a destra oppure a sinistra, e Ivković davanti aveva Maradona, mica l’acqua della Neretva.
«Mi sa che lo fa», sussurrò Toni il biondo, e Niko finalmente alzò lo sguardo dalla terra, dalle cicche schiacciate sul cemento e dai suoi pensieri neri.
«Vi cago in bocca», strillò Mate, prendendo la rincorsa e spaventando gli uccelli nelle prime fasi del sonno, prima del salto e dello scroscio.

«Non tornerà mai più. Eravamo la Jugoslavia più forte di sempre.»
Rannicchiato nei vestiti zuppi, a gambe intrecciate per terra, Mate considerò che il vero potere della tristezza era coprire ogni altra sensazione, persino la puntura del freddo dell’imbrunire, fradicio e senza speranza.
«Non tornerà mai più, ve lo dico io». Niko sembrava l’ultimo a voler darsi pace, e del resto lo aveva detto per tutto quel tem­po: quella era stata la grande chiamata, doveva esserlo per forza. All’inizio di tutto non avevano fatto che parlare dei mondiali in Italia e dell’Italia che era lì di fronte, con Toni il biondo a ripetere che per la finale forse avrebbero fatto fuochi d’artificio così alti che li avrebbero visti fino a lì, e non era servito a nulla che gli rispondessero ogni volta che fuochi così alti non esistono. E Niko ci aveva pensato per tutti i centoventi minuti, l’aveva sentita per tutto il tempo quella fiducia, perché se sei capace di fermare i campioni del mondo, sotto di un uomo dal pri­mo tempo, non potrà andare che in un modo. Deve per forza andare in quel modo.
«Bisogna dire che quella era l’Argentina», rimuginava Toni il biondo. «Lo sapevamo che era difficile. Certo, uscire pareggiando…»
«Primo, doveva mettere molto prima Savićević. E poi non doveva togliere Sušić.»
«E quell’arbitro di merda.»
«Ormai non conta perché. Conta solo che non tornerà mai più», ripeteva piano Niko a testa bassa.
«In dieci con l’Argentina. Portata ai rigori. È un’uscita con ono­re», disse Toni il biondo. «Dovrebbero decidere che nelle partite in cui si esce senza perdere non si venga del tutto eliminati.»
Drago tirò su uno scaracchio, poi sputò dentro l’acqua.
«Sono tutte stronzate, l’onore, non avere perso. Dell’onore non importa a nessuno, biondo.»
«Su questo ha ragione Drago. Sentivate la canzone prima dei collegamenti, To be number one, faceva. È dei numeri uno che ci si ricorda. Nessuno si ricorda dei numeri due, tre, e tutto il resto.»
«E che numero è, chi esce ai quarti di finale ai rigori?»
«Beh, ai quarti sono otto squadre. Dite che finiamo ottavi?»
«Abbiamo pareggiato, però. Qualcuno farà peggio di noi, no?»
«Non funziona così, cazzo di asini.»
«Ve lo dico io come funziona», troncò Niko. «Funziona che abbiamo fermato i campioni del mondo rimanendo in dieci per un’ora e mezza, abbiamo parato un rigore a Maradona, e alla fine siamo fuori.»
Ai lati della Neretva i grilli riempivano l’aria, mentre sul lungofiume anche gli ultimi vecchi avevano spento le televisioni, persuasi che nessuno avrebbe ripreso il collegamento strillando che il risultato era cambiato, che era stato uno scherzo, la Jugo­slavia era passata in semifinale e avrebbe incontrato l’Italia. Nien­te rettifiche, da Firenze era davvero tutto.
«Poi proprio Piksi, capite? Sulla traversa, quella puttana.»
«Almeno Stojković non se lo è fatto parare. Dovrebbero decidere che ai rigori o il portiere para, o si calcia di nuovo. Voglio dire, anche la traversa fa parte della porta.»
«Biondo, tu sei senza speranza.»
«Guarda che bello scherzo ci ha fatto, tutta questa speranza. Poi io neanche ci volevo credere. L’anno buono, l’anno buono, sono mesi che andavate avanti così. E ci sono cascato. Le cose impossibili le chiamano così perché non sono possibili, e basta. Razza di stronzi.»
Mate pensava al vecchio dentro al bar di sopra che ogni sera gli passava il giornale quando lo aveva finito. Il vecchio ripeteva sempre con gli occhi sottili e l’aria esperta che ogni partita, qual­­siasi partita, ti insegna qualcosa. Mate sentiva solo un grande vuoto, e non riusciva a vedere che cosa quella partita gli avesse insegnato, a parte come si sta con il cuore strappato dal pet­to. O che cosa ci fosse mai da imparare dal dover piangere an­che se Ivković para un rigore a Maradona. Forse che in ogni circostanza le persone possono scegliere se andare a destra op­pu­re a sinistra, e poi succede che anche quando scegli di andare dal lato giusto e pari un rigore al migliore del mondo, alla vita non gliene importa proprio nulla. Che può succedere che indipendentemente da quello che fai vada sempre come deve andare, e tutto il resto.
«Era la verità. Ve l’ho detto, non c’è mai stata una Jugoslavia così, da fare paura a tutti. Li hai visti gli argentini alla fine, cantare e ballare, come se fossero passati contro uno squadrone. Per­ché la verità è che noi eravamo uno squadrone.»
«Noi siamo uno squadrone, Niko.»
«La semifinale però la giocano gli altri.»
«Vorrà dire che agli Europei saremo ancora più incazzati.»
«Gli Europei sono tra due anni, Mate. Ora chi li aspetta, due anni?»
«Dov’è che li fanno?»
«I prossimi Europei sono in Svezia.»
«È anche lontana. Se ci fanno i fuochi d’artificio non riusciamo neanche a vederli.»
«Biondo, sei davvero una testa di cazzo. Ancora con questa storia. Fuochi d’artificio così alti non esistono, non è possibile.»
«Sì. E se le cose impossibili le chiamano così è perché non so­no possibili.»
«Ecco.»
«Però ci sarà pure Boban, torna dalla squalifica. No, pensa­teci un attimo. Siamo usciti contro l’Argentina campione del mondo senza perdere. Questo significa che in Svezia possiamo essere campioni d’Europa. Nessuna squadra europea può dire di averci buttati fuori. E chi lo ha fatto, lo ha fatto senza neanche batterci. Non abbiamo nemmeno messo un difensore, quando sia­mo rimasti in dieci. Siamo la Jugoslavia più forte di sempre. Chia­ro, bisognerà aspettare due anni, e tutto il resto.»
Poi Mate tornò a guardare il fiume, come se volesse vedere sopra il pelo dell’acqua tutte le cose che possono starci dentro due anni. La licenza media alla fine l’avrebbe presa. La Jugoslavia avrebbe giocato ancora meglio, forse avrebbero finito la superstrada dietro i colli. La fabbrica avrebbe riaperto come dicevano, non c’era verso di fare diversamente, e suo padre e suo zio sarebbero tornati a lavorare. Ciò che era certo è che in quel tempo avrebbe capito tutto quel mucchio di cose che non capiva.
«Due anni non passeranno mai», mugugnò Toni il biondo, tormentando l’ultima sigaretta della sera.
«Nel 1992 avrò quattordici anni. Porterò i capelli lunghi.»
«Sai che spettacolo, fai schifo già così.»
«Io tra due estati avrò fatto l’amore», decise Drago. «E anche un bel po’. Niko, se vuoi poi te lo insegno.»
«Me lo insegna già tua madre.»
«Sapete cosa penso? Che è come dice il vecchio del bar di so­pra, e da questa partita io ho capito qualcosa. Ed è che questa è davvero la Jugoslavia più forte di sempre, e può vincere gli Euro­pei. Sul serio.»
«Mi sa che ti si è ghiacciato il cervello, in quel fiume.»
Dentro al bar di sotto qualcuno aveva alzato il gomito, e gli schiamazzi zittirono i grilli per qualche momento. Poi i grilli ri­presero subito a dominare.
«Vi giuro che tra due anni in Svezia noi vinciamo. E io mi but­to davanti al bar di sotto nella Neretva, e lo faccio nudo.»
Era la fine di giugno del 1990, e delle parole di Mate, di ogni parola di Mate, quando fu il 1992 non si ricordava più nessuno.

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