Non lontano da Hollywood, California

INTRO – ALMOST FAMOUS

Ennesima discussione sull’argomento cose-che-mi-fanno-piangere. In esame il film del sabato pomeriggio, storia di un’adolescente che scopre l’amore per il pattinaggio artistico e rinuncia ad Harvard, ma viene sabotata dal prototipo di antagonista, che si pentirà della propria cattiveria divenendo la migliore delle allenatrici e conducendola alla Gara Finale. Gara in cui, dopo una rovinosa caduta, la nostra eroina si risolleverà scorgendo tra il pubblico il volto di una madre-professoressa orgogliosa, che superata la delusione per l’abbandono degli studi, dona alla figlia incondizionato amore.

Per cose come questa, io, piango. Mi nascondo dietro ad un cuscino ed emetto colpetti di finta tosse, fingendo di non essere commossa. Ma lo sono. Perché è meraviglioso, sempre, poter visualizzare in una forma qualunque la forza di un sogno. Quando tutti sono convinti di conoscere la tua strada. La soddisfazione incalcolabile di poter guardare qualcuno negli occhi, oltre gli occhi, e poter dire ce l’ho fatta. Ci sono riuscita, malgrado tutto, malgrado voi. Ho vinto l’oro, l’argento. Ho ottenuto la parte. Ho pubblicato il mio libro. Ho salvato il mondo.
Magari non tutto, ma la piccola parte che mi era stata affidata, sì. L’ho salvata.
Riuscire a provare questo, in un film scadente e banale è un privilegio delle anime poetiche. E la loro condanna.

Scrivo, non perché voglia farlo, ma perché non ho altra scelta.
R. M. Rilke pensava che questa urgenza potesse bastare. E a me non resta che sperare che avesse ragione.
Perché se l’arte unicamente rende il cuore felice ed eccitato, non c’è posto al mondo lontano da essa per essere completi e felici.
Immaginate per un istante di poter vedere soltanto il colore bianco ed il nero, di non sentire gli odori, nessun odore e nessun profumo, di non sapere nemmeno che cosa sia un profumo. Fino ad un giorno imprecisato, in cui improvvisamente -in un attimo- ogni cosa assume tonalità accese. Tornare alla vita com’era sarebbe possibile, certo. E sarebbe possibile abituarsi ad essere incompleti, ci si abitua a tutte le cose. Ma prima o dopo capiterebbe di incontrare qualcuno capace di portare addosso il suo profumo con tanto orgoglio da farlo sentire anche alle nostre anime arrese. E quando tutto tornasse alla mente, come una dimenticata magia, allora davvero non sarebbe più possibile rinunciare.

Mi chiamano Joyce.
Nessuno sa se sia il mio vero nome.

I – LA CENA DEI CRETINI

Torno ad una casa in cui ultimamente sono stata poco. Perché non mi piace il silenzio e perché, dopotutto, so che chiudendomi in me stessa come è sin troppo facile fare, non troverò spunti interessanti per le mie storie incomplete.
Accendo tutte le luci che riesco a ricordare. Controllo che la linea del telefono sia ancora attiva, nonostante le bollette non pagate ancora nel cassetto della cucina. Il Mondo sa che sono qui e, se vuole, può facilmente rintracciarmi.
Mi sdraio sul letto e finisco la mia copia autografata di un libro intitolato ‘Il Mondo Finisce Qui’. Niente male, davvero. Forse un giorno qualcuno dirà lo stesso del mio romanzo, o forse no. Ci sono giorni in cui questo smette di avere importanza. Tutti gli altri giorni è l’unica cosa che conta.
Mi faccio forza ed apro il mio portatile, staccando il caricabatteria. Tre giorni di collegamento alla corrente dovrebbero essere abbastanza. Ma forse sono passati più di tre giorni.
Valuto velocemente l’ipotesi di andare alla cena di questa sera. Cibo scadente e frasi di circostanza, il mio terreno di scontro ideale. Sulle inutili affermazioni riguardanti il tempo e l’importanza-della-cultura-in-una-società-ormai-alla-deriva sono sovrana incontrastata. Ci sono giorni in cui mi piaccio davvero più del dovuto. Tutti gli altri giorni non sono sicura di niente. Tutto quello che sono certa di possedere è una manicure alla francese e ‘The Rock’ sullo sfondo del mio portatile. Del talento non sono più tanto sIcura. E nemmeno dell’equilibrio mentale.
Alcuni ridono, di quello che scrivo, altri per quello-che-scrivo. Altri ancora fanno la faccia indifferente e poi pubblicano i miei racconti sul loro piccolo blog, li firmano ed aggiungono persino una breve analisi del testo, spesso in totale disaccordo con quello che sarebbe il mio pensiero se solo si degnassero di chiedermelo. Penso a come si sentirebbe Leopardi se potesse prendere atto delle fasulle dissertazione attribuitegli da qualche supponente professoressa di letteratura italiana. Forse riderebbe, forse tenterebbe nuovamente il suicidio. Ammesso che lo abbia mai fatto.
Chiudo il portatile senza aver scritto nemmeno se e decido di andare, per tutte le persone che non mi vorrebbero vedere lì. È un motivo sufficiente.
Top di raso verde acqua e jeans con tasche oblique che minimizzano le dimensioni del mio fondoschiena. Capelli raccolti, orecchini enormi e eye-liner perfetto, frutto di anni ed anni di duro allenamento. Lo faccio per tutti quelli che sperano di trovarmi perdutamente imperfetta. È un motivo più che sufficiente.

La serata è intitolata ‘Cena Della Fine Del Mondo’, in onore a Bret Easton Ellis, di cui tutti i presenti hanno letto praticamente solo ‘American Psycho’ e le restanti conoscenze in merito sono derivanti da un film che definire scadente è salvare con un eufemismo.
Tavolo di legno grezzo, non una sedia uguale ad un’altra, vecchia tovaglia di campagna sporcata e (fortunatamente) lavata troppe volte. Siamo in dodici, per non essere in tredici, la ragazza che si faceva chiamare Trinity è rimasta a casa. Superstizione o lungimiranza, questo è presto per dirlo.
Fa gli onori di casa Jared, chiamato così per una somiglianza a dir poco inquietante con l’attore e cantante dei ’30 Seconds To Mars’.
Pasta scotta e sugo in barattolo, posacenere ricavati da vecchi pezzi di automobili giocattolo o rubati da pub distratti. Questo offre la casa e questo deve bastare.
Guardo le auto parcheggiate ad un paio di metri dalla tavolata frugale, in rigorosa fila indiana. Alcune molto costose, altre meno, ma stasera le stelle nascoste non illuminano le differenze.
Avevamo sedici anni, la prima volta che abbiamo cenato qui. È passato un po’ di tempo, ma non poi molto. Non male, i ricordi -penso io -quando fanno bagnare gli occhi.
Cesare è il primo a rivolgermi una parola che non sia un ciao, o un quanto-desideravo- rivederti. Mi chiede che cosa abbia deciso di fare nella vita e, a giudicare dai suoi occhi, potrebbe davvero essere interessato
-Scrivo.
-Non sei cambiata, dunque.
Gli chiedo cosa faccia lui, lauree nel cassetto a prendere tempo e polvere.
-Le solite cose. Truffe, taccheggi. Raggiri, in generale.
Rido alla sua battuta. Mi accorgo tre secondi e mezzo troppo tardi che non si tratta di una battuta.
-A che cosa stai lavorando, ora?- mi chiede.
-Ad un romanzo.
-Un po’ generico, non trovi?
-È quello che è.
-E di cosa parla il tuo romanzo?
-Mutanti.
Ride alla mia battuta. Si accorge tre secondi e mezzo troppo tardi che non si tratta affatto di una battuta.
-Mutanti- ripete, facendo sembrare la cosa estremamente risibile -ha già un titolo?
-Astar.
-Come una stella?
-No. Non a-star: Astar. Tuttoattaccato.
-Ah.
-Già.
-Bene.
La conversazione comincia a somigliare ad un’infame imitazione di ‘Aspettando Godot’ e decido di fuggire con la solita vecchia scusa dei bisogni fisiologici.
-La storia, comunque, qual è?- chiede, mentre esulto per essermi defilata.
-Il solito: il Bene contro il Male, la lotta per la sopravvivenza, la sofferenza per la diversità…
-In pratica stai scrivendo ‘X-Men’.
Qualcosa come una fitta al torace, una pugnalata, un boccone che si pianta da qualche parte invece di scivolare ed essere digerito. Mi accorgo in quel momento che ha ragione. Sto scrivendo ‘X-Men’, ‘Blade Runner’ e forse persino qualche puntata dei Simpson. Sto andando alla deriva, senza essermi nemmeno accorta di aver lasciato il porto. Ed io detesto le metafore nautiche.

Faccio un giro intorno alla casa, desiderando una sigaretta al mentolo. Desiderando di non aver mai smesso di fumare. Mi fermo a guardare il giardino poco curato in cui giocavamo a calcio d’estate, stando attenti a non ferirci con gli arbusti onnipresenti. Le partite finivano con infortuni di media entità o con cene come questa, solo più spensierate. Riprendo a camminare in tondo, come un grosso criceto vestito a festa, mi siedo sull’altalena-copertone. A volerla comprare, una cosa come questa, costerebbe quanto un vestito firmato. Lo so per certo, anche se non mi interessa minimamente.
Cesare si appoggia al palo quasi del tutto marcio dell’altalena. Non dice nulla. Detesto anche il silenzio, tra tutte le altre cose, perciò mi esibisco in una dimostrazione di quanto sia facile dire stronzate quando non si hanno altri argomenti che il costo di un gioco per bambini.
-Scherzavo, sai, a proposito dei mutanti- dissi.
-A cosa stai lavorando, allora?
-A un romanzo.
-Un po’ generico, non trovi?
-È quello che è.
-E di cosa parla il tuo romanzo?
-Mi sembra di aver già avuto questa conversazione, stasera.
-De-jà vu?
-Già…
-Allora: qual è la storia?- chiede Cesare.
-Non sono sicura ci sia una storia. Non c’è quasi mai, nella realtà. Ci sono episodi in collages
colorati e vecchi biglietti di concerti, gomme masticate e mozziconi, targhe d’auto, lecca
lecca alla frutta.
-E questo basta?
-Nella maggior parte dei casi, deve bastare.
-…
-…
-Questo vale per il tuo libro?
-Sì, credo di sì- rispondo. Poi aggiungo,
-Vale di più per la mia vita.
-…
-…
-Credo stiano per servire il dolce- disse Cesare.
-Allora che stiamo aspettando?

II – LA STRANA COPPIA

Mi sveglio con un discreto mal di testa, fatta eccezione per la piacevole rimpatriata con Cesare, il solo svago possibile era bere tutto quello che si riusciva a trovare. Ho bevuto tutto quello che sono riuscita a trovare, constatando come sia un passatempo paradossalmente più semplice quando si hanno sedici anni. Come pensavo, nessuno era molto felice di essere dov’era. Dopotutto a volte l’unica cosa da fare è accettare il tempo e la consapevolezza che alcune cose (se non tutte) hanno il loro corso e sono destinate a divenire ricordi, bei ricordi. Ma niente più di questo.
Mi sveglio con un discreto mal di testa. Ancora nessuna idea per il mio grande romanzo d’esordio, mentre mi sembra di vedere i soldi di papà sul mio conto scomparire lentamente. Decido che sia meglio spenderli del tutto, prima che il malefico spettro dei conti-corrente li ingoi interi come viscide uova sode e mi faccia dimenticare di averli mai posseduti.

Cesare, perduto nella pioggia, aspetta me giocherellando con il suo bastone da passeggio come una goffa majorette. Sembra che sorrida dietro gli occhiali scuri.
Lo raggiungo mentre una passante cerca con gli occhi una ciotola ai piedi di Cesare, dove depositare tutta la sua ostentazione di generosità. Ancora lontana, gli indico la scena come un regista di cortometraggi. Lui si avvicina alla donna e si sfila gli occhiali da sole, mostrando le orbite completamente bianche. La donna non riesce a trattenere un’espressione di disgusto e tenta quella che appare inconfondibilmente come una fuga, velocemente quanto le sue scarpe da trecento euro le consentono.
-Ciao- dico agli occhi di Cesare, tornati miracolosamente umani e di un verde brillante.
-Ciao- risponde. E comincio a temere che la confidenza della sera precedente fosse solo una coincidenza dovuta alla solitudine volontaria in cui entrambi ci eravamo ritirati.
-Che ne dici di mangiare qualcosa? Pensavo al ristorante qui accanto…- chiede.
-Non ho molti soldi, mi dispiace. Dovrai accontentarti di un panino.
-Tu non ti preoccupare. Siediti nel tavolo al centro, ordina quanto di più costoso ti venga in
mente ed inizia a mangiare. Offro io.
-D’accordo- rispondo. Faccio tutto quello che dice ed inizio a mangiare un riso con gamberi che sognavo da circa sei mesi.
Passa più di mezz’ora ed io comincio a temere che mi lasci sola a pagare un conto proibitivo, cercando di ricordare quale infamia da me commessa in passato abbia fatto sì che mi meritassi tutto il suo disprezzo, quando lo vedo entrare. Zoppica visibilmente, aiutandosi con il bastone da passeggio e mi domando come non mi sia mai accorta del suo problema, perché evidentemente non è la prima volta che si trova a dover camminare in quelle condizioni.

Si dirige verso il mio tavolo, mi vede e non accenna un saluto. Non saluto a mia volta, sicura che stia succedendo qualcosa al di fuori del mio controllo. La cameriera mi passa accanto, Cesare la urta e tutto il contenuto del vassoio finisce sul mio tavolo e sul piatto e, solo una piccolissima parte, sui miei jeans. La cameriera perde qualsiasi pigmentazione in volto, si scusa in quattordici lingue e dice che non devo preoccuparmi, che il pranzo è offerto dal ristorante e che anche al signore zoppo offrirà tutto quello che vorrà ordinare. Non credo ai miei occhi. Cesare dice va bene, a patto che possa mangiare con questa bella ragazza. La cameriera aggiunge un coperto e si scusa un paio di altre volte prima di prendere l’ordinazione di Cesare che mi sorride sornione.
-Ti avevo detto che avrei offerto io- dice, quando restiamo soli -questo è un assaggio di quello
che faccio nella vita. Ho talento, eh?
-…
-Come sono, quei gamberi?
Dopo un pasto consumato lentamente, con uno stato d’animo che non sbaglio a definire trionfante, Cesare si alza, mi ringrazia formalmente a voce piuttosto alta per la mia gentilezza e per la compagnia che ho magnanimamente deciso di concedergli e se ne va, aiutandosi con il beffardo, complice bastone.
Finisco di bere il mio caffè macchiato e lo raggiungo fuori, lontano abbastanza perché nessuno dei presenti nel locale possa vederci insieme.
-Bella manovra- gli dico, allora.
-È brevettata- risponde.
-Quindi ha anche un nome?- chiedo.
-Sono felice che tu me l’abbia chiesto. Si chiama ‘Operazione House’. Dal celebre dottore
televisivo.
-Immagino che ce ne siano altre- dico, senza essere troppo certa di voler sentire la risposta.
-Non sai nemmeno quante.

III – UN GIORNO, PER CASO

È un giorno come tanti, quello in cui conosco Veronìca. Con l’accento sulla i.
Mi passa accanto sotto una pioggia insistente, che non lascia il tempo per cercare le chiavi dell’auto nella borsetta sempre troppo piccola. Mentre la fretta mi rende imprecisa e impacciata e rischio di rovesciare l’intero contenuto della pochette sul marciapiede fradicio, si ferma alla mia destra, coprendomi con un ombrello che raffigura un quadro di Van Gogh.
-Grazie- le dico, mentre cerco di capire se la sua sia una forma rara di generosità, oppure una più umana e comprensibile sottospecie di pietoso soccorso.
-Non ti preoccupare, Clelia.
-Io mi chiamo Joyce- rispondo, ormai convinta di avere a che fare con una psicopatica assassina.
-Per ora ti chiami Clelia.
-E che cazzo di nome è?
-Prenditela con i tuoi genitori, amica mia- dice lei, guardandosi intorno con un’aria spaventata.
Non è altruismo, né pietà. Ci metto qualche minuto a capire che io le servo come diversivo per seminare le attenzioni di un inseguitore non troppo prudente. Uno degli uomini che calamita a sé come un grande magnete e che non le danno pace.
-Grazie…
-…Joyce. Mi chiamo Joyce.
-È il tuo vero nome?- chiede infine, a scampato pericolo.
-Certo- rispondo, convinta di doverla salutare per permetterle di scappare all’inseguimento della pentola d’oro ai piedi dell’arcobaleno, che timido si disegna sulla città. Ma,
-Camminiamo- mi invita. Ed io accetto, convinta di andare verso qualcosa di estremamente interessante.
Vengo condotta, invece, ad un bar-circolo per pensionati, dove sembra sentirsi a sua agio. Ci sediamo ad un tavolino, mentre lei ordina al banco due bicchieri di prosecco mi chino a raccogliere un sei di coppe che qualcuno ha perso (o fatto scivolare per barare ad un gioco che non conosco) e decido di tenerlo nell’agenda, come segno per individuare il giorno corrente. Senza appuntamenti, come quasi tutti gli altri.
Veronìca torna al tavolo, seguita da un giovanissimo cameriere con i bicchieri. Le faccio notare che sono le nove del mattino, mi chiede perché mi sia svegliata tanto presto. Le rispondo che non è affatto presto e che anche lei mi sembra piuttosto sveglia.
-Non sono ancora andata a dormire, io- ribatte e capisco che non mente e non scherza.
-Guarda quei due- mi dice, indicando una coppia di uomini anziani seduti al tavolo in fondo alla saletta.
-Che cosa devo guardare?- chiedo.
-Versano il vino, nelle tazze. E non lo bevono. Mai.
-Che cosa ci fanno, allora?
-Credo ci guardino qualcosa, dentro. Il destino, forse- dice Veronìca con-l’accento-sulla-i.
-Vuoi dire che leggono il destino nel lambrusco?
-No, voglio dire che vedono il destino. Non credo siano in grado di leggerlo. Lo guardano,
senza capire.
-E questo basta?- chiedo.
-Deve bastare- risponde, con la stessa risposta che tutti sembrano usare, di questi tempi.
-…
-…
-Sai una cosa?- le domando, ma non è una vera domanda -non sono poi così diversi da tutti
noi.
-Sono pazzi- dice lei.
-Appunto.
Ride, Veronìca. E mi rendo conto di quanto sia bella. Con quei capelli neri che le incorniciano il viso da Madonna del ‘700, le mani affusolate. Persino troppo perfetta per essere davanti a me a parlare di destino e vino rosso.
-Tu cosa fai nella vita?- chiede.
-Scrivo.
-E cosa scrivi?
-Per lo più favole, rispondo. Favole di rabbia e rancore.
-E scrivi velocemente?
Non capisco la domanda, o meglio non capisco quale sia l’importanza della mia abilità con la tastiera del computer, ma capisco che in una situazione già di per sé assurda, questo è davvero niente e rispondo,
-Le mani vanno quasi sempre più veloce degli occhi.
-Il pensiero, comunque, va più veloce di tutti- dice la ragazza strana con un gran talento per le frasi-ad-effetto.

Guardo il mio bicchiere, vuoto. Veronìca non ha nemmeno sfiorato io suo. A voler essere precisi ho come l’impressione che non abbia sfiorato, né tantomeno toccato nulla da quando siamo entrate, nessun oggetto.
-Andiamo?- dice, alzandosi. Con la coda dell’occhio noto un fazzoletto sulla sua sedia. Non mi ero accorta che, prima di sedersi, l’avesse steso e lei non accenna a riprenderselo. Chissà perché, ma non mi sembra il caso di farglielo notare.
-Andiamo?- chiede ancora ed aspetta davanti alla porta che sia io ad aprirla.
Non ha toccato assolutamente nulla, non è affatto un’impressione.

IV – C’È POSTA PER TE

Decido di mandare a Cesare l’incipit di Astar. Dopotutto non c’è niente di male nei mutanti e sono la mia unica compagnia, non ho mai avuto un amico immaginario. Avevo amici reali che facevano cose reali e nella maggior parte dei casi, piuttosto idiote. Non ho mai parlato con gli animali, convinta che non avessimo proprio nulla in comune di cui discutere, e non ho mai creduto negli alieni probabilmente a causa di un’avversione nei confronti di Spielberg, non tanto per colpa loro (che probabilmente non hanno grandi occhioni dolci e necessità di un lifting facciale).

L’Incipit
“Respiro. Silenzio.
Respiro. Silenzio.
Respiro. Silenzio.
Respiro. Silenzio.
Respiro.
Tutto molto confuso, nella polvere della tempesta. Bruciano, gli occhi, di tutte le parole che non è possibile pronunciare. Il mondo è cambiato, in un giorno che potrebbe essere l’ultimo.
La sagoma venne colpita dalla luce e resa visibile solo per un istante. In quell’istante Astar riuscì a vedere un accenno di quella bellezza che salverà-il-mondo e cercò di imprimerla nella sua mente e nella memoria prima che scomparisse per sempre.”

Qualcuno sarà ancora convinto che la bellezza salverà il mondo? I filosofi esteti sono una razza pericolosa, come gli scrittori, con i loro problemi irrisolti ed irrisolvibili e la sistematicità con cui riorganizzano il mondo per poter dire di averci capito qualcosa. La totale assenza di praticità e realismo, è questo che li frega. Che ci frega, ogni volta.
Mando a Cesare quello che ho scritto, poco, ma i preparativi per la cena mi hanno davvero richiesto molto tempo. Non è così facile, essere una donna. Non basta farsi una doccia ed uscire, tutti si aspettano sempre grandi cose e sorprendenti travestimenti da diva hollywoodiana. Se tutte le donne del mondo si organizzassero ed entrassero in sciopero, potremmo finalmente uscire come la natura ha voluto che fossimo, senza trucchi di scena. ‘The Real Planet Of The Apes’, potrei scrivere, se non avessi il terrore di finire sullo scaffale dei libri rosa su shopping e divorzi.
Aspetto on line la risposta di Cesare.

La risposta
“Perché-metti-sempre-i-trattini-tra-le-parole?”

A dire il vero non lo so. Mi aspettavo qualcosa di meglio, ma non è che gli abbia dato modo di constatare il mio grande talento, per cui mi disconnetto, spengo tutto ed esco con la scusa di riportare quattro film presi a noleggio. Strano, ero convinta fossero cinque.

V – PEOPLE I KNOW

Ho cercato una similitudine più poetica, ma la realtà è che le illuminazioni sono come i rigurgiti acidi: arrivano improvvisamente, non è possibile definire con precisione la loro provenienza, infine lasciano un sapore forte e persistente che non è possibile ignorare.

Veronìca è una ereditiera francofona in stile Paris Hilton con qualche cellula cerebrale in più. I suoi sono morti in circostanze misteriose, o perlomeno così la racconta. Credo che abbiano avuto un banale incidente. Unica figlia, si è intascata un patrimonio con più zeri di quanti non ne riesca a scrivere in un minuto ed è venuta a vivere in questa città, la città italiana più francese, che le ricordasse le sue origini. In effetti, questa città è molto più francese di quanto lo sia lei: capelli corvini e neri gli occhi, pelle porcellana e accento completamente assente nella voce che sembra sempre sussurrare.
Prima di farmi entrare in casa, chiede che mi tolga le scarpe. Io immagino che sia un’appassionata di cultura orientale. In realtà è semplicemente una maniaca dell’igiene. Tutto, nel suo attico, sembra fotografia. Come se non ci fosse aria, una casa sottovuoto.
Mi porge una coppia di pantofole bianche, candide come la neve in alta montagna e con lo stesso profumo. Mi domando se per caso non abbia le calze di lana nere, quelle che lasciano i pelucchi in giro e che mi provocherebbero un imbarazzo indescrivibile. Fortunatamente ricordo di aver pensato che mi avrebbero fatto troppo caldo. Sia benedetta la microfibra.
Veronìca lava tutti i cibi con dosi massicce di disinfettante e non posso fare a meno di pensare che sia più tossico degli anticrittogamici. Disinfetta i vestiti nella lavatrice, disinfetta le mani dei suoi ospiti prima di farli passare dalla cucina ad una qualunque delle sue molte altre stanze.
E non è tutto. Non è che l’inizio.

Veronìca inserisce le monete nel distributore automatico rigorosamente in ordine di grandezza, con quella che un tempo si chiamava testa rivolta verso di lei. Sceglie l’opzione ‘Acqua Naturale’, raccoglie la bottiglia, la prende con la mano destra, la capovolge ed infine la preme con forza, per accertarsi che nessuno l’abbia manomessa con siringhe piene di candeggina o di una qualche altra sostanza tossica incolore. Fa lo stesso al ristorante. Fa lo stesso con le bottiglie che compra al supermercato.

Veronìca controlla le targhe delle auto e dei mezzi pubblici. Se la somma di tutte le cifre che compongono la targa in questione è 1, non sale.
Esempio:
546 5+4+6=15 1+5=6 SI
379 3+7+9=19 1+9=10 1+0=1 NO
Quando la targa dell’unica auto disponibile, ridotta ad una sola cifra, corrisponde al numero 1 è un problema molto serio.

Veronìca non può fare a meno di toccare il proprio pollice destro con il medio sinistro quattro volte quando sente le seguenti parole: cavolfiore, letale, Tokio, solo. E credo di poter affermare senza discostarmi troppo dalla realtà, che questa è solo una piccola parte del suo vocabolario-compulsivo.

Veronìca spegne la televisione solo dopo un concetto positivo e solo su un canale satellitare la cui somma delle singole cifre non corrisponda ad 1. Se è qualcun altro a spegnerla (caso più unico che raro) batte i tacchi silenziosamente quattro volte.

Veronìca ti dice facomesefossiacasatua, ma risistema tutte le cose che vengono impercettibilmente spostate dalla loro posizione originaria.

Decido che il mio librò si intitolerà ‘Crazy Veronica’ (o meglio, ‘Crazy V.’) e che avrà con esattezza 127 pagine. 1+2+7=10 1+0=1
Pagine: 128.

VI – THE PRESTIGE

Per festeggiare l’idea di un libro che non coinvolga mutanti, Cesare mi invita in un locale chiamato ‘La Cantina Di Sam’, una sorta di trattoria adibita a bar con musica lounge e cocktail dai nomi evocativi.
Ordino un ‘Odino’, mentre quello che dovrebbe essere il mio accompagnatore inizia una conversazione con l’uomo dietro al bancone. Cesare non è minuto, ha una forma piuttosto morbida, ma grandi occhi azzurri che ispirano fiducia e dolcezza. Mai viste armi più micidiali.
Dopo pochissimi minuti, Cesare mi fa cenno di raggiungerlo al bancone e mi comunica che ha deciso di scommettere con i proprietario le nostre consumazioni.
-Non pagheremo se riuscirò a portare fuori dal locale, senza che nessuno se ne accorga,
quel tavolo con tutte le sedie.
-Tutte e quattro?- domando.
-Tutte quante- riponde.
-Intendi rubare?
-No, intendo portare-fuori.
Intende portare-fuori. Fuori dalla porta.
Il locale comincia a riempirsi, ma né io né tantomeno il proprietario del locale togliamo gli occhi di dosso a Cesare. Dopo circa cinque minuti contiamo le sedie: tre. Inutile dire che dopo ulteriori cinque minuti il numero delle sedie si era già ridotto a due. Apparentemente inspiegabile. Anzi, inspiegabile e basta.
Cesare decide di alzare la posta in gioco.
-Ora viene il bello- mi dice.
Non sono certa di voler sentire quello che ha da proporre.
Sento quello che ha da proporre.
-Il tavolo è la parte peggiore- dice al proprietario -perché non alziamo la posta?
-Ti ascolto- risponde l’unico uomo al mondo che perdendo a dadi con Satana, gli proporrebbe una seconda manche mettendo il gioco la sua stessa anima.
-Se riesco a portare-fuori anche il resto, né io, né la mia bellissima ragazza pagheremo mai
più le consumazioni nel tuo locale.
Bellissima, grazie. Ragazza?
-Ci sto- dice l’idiota che ora merita di essere derubato di tutto il mobilio.
Cesare finisce di bere la sua birra e si accomoda al centro del locale, sfoggiando un sorriso beffardo che prelude al suo grande trionfo.
La penultima sedia si volatilizza mentre l’Idiota cerca di tenere a freno la rabbia. L’ultima sedia scompare dietro il passaggio di una ragazza alta e bionda che profuma di Chanel, Chance.
L’Idiota urla qualcosa alla ragazza in cucina e sfila un oggetto contundente dal retro del bancone, si avvicina a Cesare e minaccia di colpirlo quando la sua risposta lo lascia allibito e senza forze.
-Troppo tardi- dice.
E, naturalmente, del tavolo non c’è più nemmeno l’ombra.
È allora che l’Idiota inizia a ridere di una risata nervosa e grottesca e ci fa portare altri due cocktail, dando pacche sulla spalla di Cesare e consigliandomi di non fare mai arrabbiare il mio fidanzato, che uno così è meglio averlo per amico.
Ci congediamo con la sua benedizione e il suo invito a tornare.
-Sarete sempre i benvenuti, ladri del cazzo- dice ridendo.
E ci accompagna fuori, dove il tavolo e le sue quattro sedie arredano la strada in porfido, tra lo stupore dei passanti incuriositi.
-Spiegami come hai fatto.
-Non dovresti aver capito, a questo punto della nostra relazione, che questa domanda non
può avere una risposta?
-Spiegami come hai fatto- ripeto.
-Ti posso dire che uno dei segreti di un bravo truffatore è saper attirare l’attenzione su di
sé abbastanza a lungo da permettere a qualcun altro di dare un mano.
-Avevi dei complici?- chiedo, senza nascondere un inaspettato moto di gelosia.
-I complici si comprano, occhi splendidi e sconcertati come i tuoi ora, no.
-Quindi hai fatto portare fuori tutto, mentre noi ci concentravamo su di te?
-Non tutto. Soltanto le sedie, non mi posso fidare di nessuno per il Gran Finale.
La curiosità è insita in ogni scrittore, credo. Ma sentirsi il cuore pulsare in ogni angolo del corpo si può definire curiosità? O c’è qualcosa di più? Qualcosa che sembra un magnetismo tra poli opposti, dove un polo devo per forza essere io, nessuna sorpresa. Ma l’altro è una persona conosciuta da sempre eppure mai così nuova, oscura, misteriosa. Un polo x.
-…
-Mio Dio!- esclama -Sembri una modella anoressica davanti ad una torta alla panna!
-Dai…- lo supplico.
-Puoi crederci o meno, ma non è davvero nulla di speciale. Ogni persona a cui abbia mai
proposto questa scommessa, alla fine, va a cercare un’arma per farmi molto, molto male.
Tutti aspettano fino all’ultimo, senza sapere che è proprio sulla loro rabbia che faccio
affidamento.
-Aspetti che vadano a prendere una mazza da baseball, per portare-fuori il tavolo?
-Non è sempre una mazza, a volte è persino un fucile- risponde.
-E se chiedessero a qualcuno di tenerti d’occhio, se avessero già un coltello a portata di
mano? Dopotutto un coltello in cucina è una cosa abbastanza normale…
-Non succede mai. Non so dirti perché, ma non succede mai. Vuoi sapere una cosa? La
gente si crede tanto speciale, ma non sa che in determinate situazioni siamo tutti uguali.
Tutti incredibilmente stupidi.
-È per questo che lo fai?- chiedo.
-No, lo faccio per i soldi.
-…
-…
-E immagino che anche lo spettacolo di stasera abbia un nome, sbaglio?
-Operazione Houdini- risponde Cesare. Ma questa, devo ammettere, me la aspettavo.

VII – PROFUMO DI DONNA

Sei mesi per scrivere la storia. Sei mesi in cui sono quasi certa di non aver fatto nulla in cui non c’entrasse la tastiera di un computer. La sola cosa che non mi piace dell’avere una buona idea è dover oscurare con sterili finestre bianche lo sfondo del mio computer e la fotografia artistica di Dwayne Johnson. Ottava meraviglia del mondo.
Non amo il sole e non ricordo di essere mai stata abbronzata, ma nemmeno tanto bianca da confondermi con la parete. Prima d’ora.
Cesare mi invita all’inaugurazione del Night Club di un certo Dave-di-San-Francisco. Le parole esatte sono state,
-Quello ha il culo a stelle e strisce.
-Verificherò.

Il Night è americanofilo, -ssime ballerine di lap-dance con -issime gambe e bancone -issimo sovrastato da neon -issimi. Anche il conto sarà -issimo, ma qualcosa mi dice che non pagheremo nemmeno un centesimo.
-Cesar!- saluta Dave dal fondo della sala. Naturalmente suona Sisar, piuttosto ridicolo. Ma è un pensiero che dura un secondo, perché voltandomi verso Dave ed incrociando il suo sguardo, capisco che sarà lui e lui soltanto ad occupare i miei pensieri fino alla fine del mondo. O quasi.
-Lei è Joyce- mi presenta Cesare.
-Sai che Dave è socio di una casa editrice che si dedica ad autori emergenti e pieni di talento come te?- la frase è affermativa e non interrogativa come forse dovrebbe, ma ottiene l’effetto sperato.
-Tu sei una scrittrice?
-Aspirante- rispondo.
-Oh, sei così modesta…- interviene il mio Paladino -lei ha un grande talento, è ironica, brillante, intelligente.
-Insomma sei in grado di risollevare da sola l’intero mercato dell’editoria?- chiede Dave.
-Sì, credo di sì- rispondo ridendo, ma risultando meno spiritosa e molto più presuntuosa di come avevo previsto.
-Vieni domani nel mio ufficio- mi invita la Visione, allungandomi un biglietto da visita che avrebbe suscitato l’invidia di Patrick Bateman & C.

Più o meno a questo punto, qualcuno deve aver pigiato il tasto FF:
perdo Cesare che si consola con una ballerina dal costume pressoché inesistente, respingo qualche avance e mi rendo conto di essere l’unica donna (vestita) nel locale, incontro nuovamente Dave, mi faccio trascinare nel retro del locale e accendo una sigaretta, rido e mi diverto e probabilmente bevo, perché quando mi risveglio sono in biancheria intima in un letto incredibilmente profumato.
Tasto PAUSE. Che cazzo ci faccio qui? / Che cazzo ho fatto prima di arrivare qui? / Chi cazzo mi ha tolto i vestiti? / Fortuna che esco sempre con reggiseno e slip abbinati. / Chi cazzo avrà constatato che porto reggiseno e slip abbinati? / Speriamo sia l’editore-imprenditore così somigliante a Robert Downey Jr. / Cazzo! / Cazzo! / Cazzo!
Tasto PLAY.

-Buongiorno- dice Dave.
-Cazzo…-rispondo.
-Dormito bene?
-Non ne sono sicura…- prendo fiato -mi rispondi subito o ti devo fare la domanda?
-Tranquilla… Non è successo niente. Anche se…
-Anche se?
-Non sarebbe stato niente male.
Ha ragione, indubbiamente, ma preferisco mantenere qual po’ di mistero che mi resta, mentre non posso fare a meno di pensare: grazie al cielo mi sono depilata prima di uscire…
-Questo letto ha un ottimo profumo.
-Credo sia il tuo- risponde. È un’ottima risposta.
-…
-…
-Di che cosa parla, dunque, questo tuo capolavoro?
-Sai… Quando hai parlato di un appuntamento per discutere del mio libro, non immaginavo
questo.
-Ognuno ha i suoi metodi.
-Già.
-Allora? Di cosa si tratta?
Inizio a parlare di ‘Crazy V.’ e mi convinco per la prima volta di aver fatto un ottimo lavoro. Credo se ne convinca anche Dave, perché mi prega letteralmente di fargliene avere una copia entro la giornata, dopotutto si fida dell’opinione di Cesare quanto della propria ed è convinto di pubblicare il mio romanzo ancor prima di aver verificato che io conosca l’uso dei congiuntivi.
-Come vi siete conosciuti, tu e Cesare?- chiedo.
-A San Francisco gestivo un ristorante, Cesar ha cercato di rubarmi dei mobili, non so dirti esattamente come, ma da allora siamo diventati come fratelli.
-Ha cercato-di-rubarti o ti-ha-rubato?
-In effetti, mi-ha-rubato.
-Operazione Houdini- diciamo più o meno all’unisono. Quando la vita comincia a somigliare troppo ad un musical, in genere le reazioni della gente sono due e ben distinte: si scappa o si canta. Io, solitamente non canto. Ma fuggire in lingerie mi sembra un’idea peggiore. Perciò.

VIII – OGNI COSA È ILLUMINATA

Sensazione strana, quella che mi pervade. Eccitazione ed ansia, un’emozione che sembra piuttosto luce. Ed anche le cose sono più lucenti, scintillanti. È l’impressione che possa succedere tutto e che sarà bellissimo.
Mi faccio una doccia, cantando e cantando mi asciugo i capelli. Non sono mai stata tanto bella. Mangio un’arancia e due biscotti al cioccolato e sistemo la cucina con movimenti che si potrebbero confondere con la danza, ma di cui non farò parola con nessuno. Che sia questa, la spensieratezza? Non credo, di pensieri ne ho a migliaia. Solo che sono piccoli e graziosi come folletti salterini.

Dave arriva puntuale, alle sette meno dieci. Con un completo nero, senza cravatta e senza inutili fiori che non saprei dove mettere.
-Avrei dovuto portare qualcosa- dice.
-Probabilmente, se seguissimo l’iter consueto delle giovani coppie. Ma considerando il nostro
primo incontro, non so cosa preveda il manuale.
-Però! Te la cavi, con le parole- dice e mi bacia sulle labbra come-da-manuale.
Prendo la borsa, la giacca e sono pronta. Mentre chiudo la porta dando tutte le mandate possibili, mi sfiora per la prima volta il pensiero che forse avrei dovuto considerare la concorrenza delle donne con cui lavora. Non sarebbe lo stesso se facesse il geometra.
Dopotutto sono scettica, cinica. Una stronza, potrebbe dire qualcuno. Sono quella che sa dare ottimi consigli, quella che mette-in-guardia. C’è chi mi crede inattaccabile, invincibile. Allora com’è che mi lascio ferire come la prima delle ingenue?
-Pensavo al tuo locale- gli confesso, in macchina -Alle ballerine.
-Non mi stupisce. Tutte le donne con cui sono uscito non credevano che si potesse stare tra
le spogliarelliste senza venire sopraffatti dalle crisi ormonali.
-Ok- sospiro -Ora non penso più alle ballerine.
-No?
-No, ora penso a tutte le donne con cui sei uscito.
Ride.
-Precisamente, quante?- chiedo.
-Non lo vuoi sapere.
-No- confermo, con un sorriso spavaldo che immagino mi riesca piuttosto male -No, davvero. Dove andiamo?
-Cesar mi ha detto che sei un’appassionata di cinema, perciò ho deciso di portarti al Movie.
-Non puoi dire davvero. Sono stata ferma all’ingresso per circa due ore, l’ultima volta. Non mi
hanno fatta entrare.
-Stasera avrai la tua rivincita.
Dave mantiene la parola. Il ‘Movie’ è un locale uscito direttamente dai miei sogni. Grandi schermi che proiettano le scene di culto per i cinofili, tavoli ispirati ai più grandi capolavori, colonne sonore storiche al volume perfetto.
-Non me ne andrò mai, di qui- gli dico e ne sono convinta.
Ci sediamo al tavolo ‘Batman’ e vedo distintamente affievolirsi il terrore di dover affrontare interminabili silenzi imbarazzanti.
-Adesso dimmi che cosa non va in te, Joyce.
-Quando sono molto nervosa, sbatto le porte tanto forte da far tremare i vetri alle finestre.
-Posso superarlo.
-Ora lo credi, ma potresti cambiare idea.
-Vedremo.
La cena -in quanto cibo- non è memorabile, ma sicuramente nessuno ci farà caso. Io non ci faccio caso, mi limito a mangiare cercando di non sporcarmi e di non ridere nervosamente. Dopo uno sconveniente episodio capitatomi a sedici anni, quando ho innaffiato un’intera tavolata non riuscendo a trattenere le risate nonostante il gran sorso di birra che non ne voleva sapere di essere deglutito, ho imparato un trucco: aspettare sempre un argomento serio prima di prendere in mano il bicchiere.
Dave continua a farmi ridere. Sto morendo di sete, ma non mi fido e rimango eroicamente all’asciutto. Una sorta di supplizio di Tantalo, versione 2.0.
Quando finalmente la conversazione vira su aspirazioni e sogni, svuoto il bicchiere tutto d’un fiato. È una fortuna che mio nonno mi abbia abituata fin da piccola a reggere il vino rosso.
-Però!- commenta Dave.
-Dovresti vedermi alle prese con la Tequila- rispondo.
I camerieri sparecchiano senza aspettare che io abbia finito, ma non importa. Resisto alla tentazione del dolce, nella speranza che la serata richieda uno stomaco leggero. Ci alziamo, lascio che paghi il conto fingendo di non vedere la cifra stellare e saluto il luogo che potrebbe essere promosso a mio personale Paradiso.
-Non vorrei riaccompagnarti.
-Non vorrei dover prendere un taxi- rispondo.
-Allora dovremo trovare un accordo.
-Se andassimo da te?- chiedo velocemente, prima che il mio buon senso abbia il tempo di accorgersi del danno.
-Ora un po’ mi spaventi- risponde.
-Fai bene ad aver paura- dico. A voce piuttosto alta, per sovrastare il buon senso che -risvegliatosi- ha cominciato ad inveirmi contro facendo uso di un invidiabile vocabolario d’insulti, molti dei quali non ho mai sentito prima d’ora. Quando li avrà imparati?

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Carlotta Fiore
Carlotta Fiore

Carlotta Fiore è nata a Parma, nel 1983. Ha fatto parte per dieci anni della rivista letteraria “La Luna di Traverso”, mentre svolgeva i più svariati lavori: dalla receptionist d’albergo alla libraia. Oggi è autrice, editor e redattrice. Collabora con case editrici e riviste di settore. Non può fare a meno di letteratura contemporanea e serie TV. Il taccuino del lettore compulsivo è il suo primo libro. Carlotta Fiore non è uno pseudonimo.

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