certi giorni
sei in macchina
guidi e
in un attimo
perdi cognizione
non sai
che ora del giorno sia
mattina-pomeriggio-ora di pranzo
se hai fame
non sai
i tuoi occhi,
nonostante
il flusso
di pensieri
vaghi incessantemente
senza forma o
direzione,
segno del tuo
essere
viva,
percepiscono colori,
in alto,
davanti,
ai lati
c’è una curva e
devi girare
il manubrio
tra le nuvole
dal cielo cadono
secchiate di luce, che
formano
pozzanghere di splendore
nette, distinte,
lo vedi dove
c’è questo scroscio
luminoso e dove no
e dici dove,
come
questa fantasmagoria
di colori, l’hai sentita
da qualche parte,
sì,
ti era piaciuta questa
espressione, come,
dove,
questa fantasmagoria
di colori potrebbe essere
ritratta, ripresa, rappresentata, espressa
senza cadere
nella banale iconografia da paesaggio
come quando vuoi
scrivere o solo pensare
d’amore, del tuo amore, di
quello degli altri, di
quello che vedi girargli intorno
quale
linguaggio
inventare, perché
quei colori,
per quanto
consueti,
e ritratti mille volte
non riesci a non
definire bellezza
ti accecano
gli abbaglianti strombazzati
nello specchietto
retrovisore
fretta
devi toglierti dalla
corsia di sorpasso
quale
sintassi, quale
morfologia, quale
combinazione di
segni,
nuova, antica, o
corrente o solo leggermente
originale, quale
parola
potrebbe rendere
nuova
questa percezione della cosa più
antica, più
antica della vita stessa,
la luce
lampeggia la
spia del serbatoio di
benzina ti devi
fermare alla prossima
stazione di servizio

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