Mistero quel ch’è bene e quel ch’è male
nell’allerta sanguigna di pensiero
emozionale in lingua;
nell’esperienza sofferta ed espressa
nelle parole, elastici di senso,
tra la morte e la vita
corde tese, arsi cappi di dolore
già corpo, forti refi, nodi stretti
di giubilo per lungo
tempo non sciolti. Sia enigma che dogma
quel ch’è male e ch’è bene nell’amplesso
feroce, ma ferace,
di poesia e pazzia; nell’eccesso
che non compiace ragione e ragioni;
nel magma visionario
che incandescente lega il tuo discorso
al calvario di volti, mani, grida;
nello sciogliere il morso
di una normalità folle per una
follia normale che non è capace
di negarsi al dolore,
perché è l’unico modo di finire
dove le cose cominciano a dire.

Canto ficcato, il tuo,
nella giuntura che incardina bene
e male l’uno all’altro, in cui Natura
ininterrottamente
è attrice: tutto è irregolare, tutto
è singolare, tutto si trasforma
in modo misterioso:
l’imponderato è indispensabile alla
perpetua evoluzione della specie.

Ma l’inatteso, nella
media virtù del consorzio civile
occidentale, da plinto di slancio
a nuove vie di vita,
appare un cippo ostile e perturbante,
che si deflagra nel codardo stato
di sicurezza che ogni
giorno disvezza in fretta dall’azzardo
di vivere. Confina l’imprevisto
nelle periferie
dei nessi esatti tra cause ed effetti,
consustanziali al suo modus vivendi,
l’essere umano a ovest,
e per quanto l’acume suo emendi
sistematicamente, si accontenta
di rammendi ready made
di parlato da spot e utilitari
cliché di bene e di male che nulla
sanno della ricerca
del sé e del senso di sé (se sussiste),
ricusando il mistero, sulla giostra
del nascere, soffrire
esultare, morire, senza tregua.

Santa disfatta, sublime sfacelo
quella deflagrazione,
scacco ontologico della ragione
(nella brughiera Lear e fool insieme
verità e finzione),
provvidenziale e salutare quanto
la felix culpa, che rende l’umano
all’umano nel pianto.

Inconsapevoli la malattia,
il dolore, il silenzio, la follia
effondono un effluvio
di santità misterioso e diffuso,
come fragranza notturna di fresia,
eroico perché schiuso
nel vincolo di amore di sostanze
esistenziali senza vie di scampo,
la cui innocenza trova
inciampo nel disprezzo e nel timore,
invece di infiltrarsi per osmosi.
Santità quotidiana,
feriale apoteosi, che tra mille
festività in nero e in rosso in riga
sul calendario, briga
uno spazio nel giorno d’Ognissanti,
stillante fossa comune di sante
essenze, in cui, infine,
– caparbia ultima figura – il tuo
internamento umano è terminato,
contemporaneamente
alla ricerca della Terra Santa
coi Cristi e coi Battisti per la steppa
di esclusione che inceppa
significati, oltre a significanti,
in questi tempi senza metri, senza
misure e senza muse.

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