Era il 1999, e da lì a un anno sarebbe cambiato il millennio. Un numerino che ne precede altri tre aveva raccolto mille anni di epoche umane.
La mucca fissava davanti a sé, incurante dello scorrere del tempo. Masticava lenta, lentissima. Sembrava voler triturare ogni singolo frammento di quella che una volta doveva esser stata erba, ma che ora risultava solo una poltiglia insalivata appoggiata su una lingua muscolosa. Forse si sentiva in colpa per aver tolto un po’ di verde a un mondo sempre più grigio, forse si annoiava ed era stufa del verde come del grigio. O forse, daltonica, dava solo un senso al tempo che trascorreva incolore intorno a lei. La mucca fissava davanti a sé, che cosa esattamente non mi era chiaro.
Avevo 13 anni e le braccia troppo flaccide e ossute rispetto alle gambe muscolose. Ogni giorno alle 14 dopo la scuola tornavo a casa, dove mi rifugiavo nei fumetti e nei primi pensieri adulti rivolti alla mia compagna di banco, Laura, che amavo, e alla prof di Inglese, la prof Parini, che bramavo. Non pranzavo mai a casa, mamma era morta e papà era come lo fosse da allora. Non per il lavoro, in quel contesto era considerato ancora socialmente utile. Si rifugiava lì per fingere gli rimanesse qualcosa. Si dimenticava di me per fingere che qualcosa non gli fosse rimasto. Di solito mangiavo due panini al prosciutto che mi preparavo la sera prima, e una barretta di cioccolato Bumi. Non era una dieta sanissima, ma io solo i panini sapevo fare; papà comprava un sacco di prosciutto cotto perché sapeva che lo mangiavo volentieri. Non parlavamo molto, e quindi non gli chiedevo di cambiare, non gli raccontavo che ora mi piaceva anche il crudo. Il cioccolato lo compravo io con la paghetta, che era sostanziosa nonostante il lavoro umile di mio padre. Ci compravo fumetti, cioccolato e pure qualche pezzo di pizza e delle lattine di birra, che ancora non mi piaceva molto ma che sembrava mi facesse stare un po’ meglio. Sulle tavolette Bumi, sopra la stagnola, era avvolta una carta colorata di un giallo fastidioso su cui era stata disegnata, da un pessimo illustratore, un’insopportabile mucca con gli occhiali da sole. Mangiavo i due panini seduto sul muretto davanti a scuola – a quell’ora deserto – che diventava luogo di incontro per molti ragazzi intorno alle quattro. Avrei voluto stare con gli altri, ma era impossibile: stare con gli altri significava soffrire, essere assediati da assalti fatti per divertire e far male, dove chi si divertiva non ero mai io, sebbene a volte facessi finta. Laura era gentile con me in classe, ma fuori non mi rivolgeva quasi parola. Non era cattiva Laura. Era integrata. Faceva parte di qualcosa. Era realista. Non poteva fare altro che essere gentile in classe. Non poteva esserlo nel mon­do; gli altri non avrebbero capito, lei ci avrebbe rimesso, io avrei perso ogni speranza. Meglio lasciare tutto com’era.
Morto.
Come la vita di papà.
Come la mamma.
Quando pioveva non mangiavo al muretto, ma sotto la pensilina semideserta dell’autobus; non avevo quasi mai freddo. Dopo pranzo tornavo a casa. Percorrevo una stradina di campagna sterrata che costeggiava i campi; talvolta qualche studente affamato e ritardatario mi superava sfrecciando in bici quasi investendomi, ma raramente: era un percorso poco battuto, qua­si deserto. Eppure lì, nel nulla, non mi sentivo immobile co­me nel mondo esterno. Nella solitudine del sentiero mi sentivo bene, mi sentivo in viaggio: mi sentivo, per un attimo, vivo.
Era il 1999 ed era un venerdì quando vidi la mucca. La mucca era lì. In mezzo a un campo. Sola. Scodinzolava lentamente, e con quel gesto aritmico e buffo più che scacciare le mosche sembrava volergli fare aria. Ormai faceva quasi caldo, la vidi e mi avvicinai. Sognavo da tempo un animale domestico, sul podio dei desideri era al terzo posto, superato solo dalle labbra di Laura e dalle belle cosce piene della prof Parini. La muc­ca non pareva spaventata, ma nemmeno interessata alla mia pre­senza. Pareva quasi non vedermi. Incontrare il suo sguardo per un attimo mi mise a disagio. Sembrò guardarmi senza scorgermi, passandomi attraverso come fossi di vetro. Provai a carezzarla. Non diede segno di consenso, e spaventato ritrassi la mano prima di toccarla.
Quella notte pensai alla mucca. Sarebbe stato fantastico se fossimo diventati amici. Avrei potuto passare un po’ di tempo con lei. Tirarle il bastone e farmelo riportare, insegnarle giochi da cane; da mucca purtroppo non ne conoscevo. Forse mi avrebbe leccato le mani e la faccia, con quella grossa lingua porosa che una volta avevo mangiato bollita in una trattoria; la mamma me l’aveva fatta assaggiare con l’inganno e quando mi disse cos’era piansi perché ero un marmocchio schizzinoso, e non sapevo quanto avrei rimpianto quel momento. Non avrei detto alla mucca che mangiavo le sue simili. Pensavo che forse avrei potuto sellarla e portarla a scuola, alla sella avrei legato due cesti di vimini pieni di barrette Bumi. Non so se avrei fatto colpo, ma comunque sarei stato qualcuno che non poteva passare inosservato. Tutti avrebbero voluto farmi domande: perché, come, da quando hai una mucca? Li avrei portati a casa con me e la mucca, gli avrei fatto vedere dove vivevo e chi ero. Gli avrei fatto capire che esistevo, che mia mamma era morta, che mio padre era praticamente morto, ma io no. Io ero ancora vivo, ero come loro e meritavo di esistere. Poi uno che si chiama Rosselli e che era ripetente avrebbe fatto una battutaccia sulla mucca che pareva la Parini, ma io l’avrei zittito e minacciato di farlo incornare dalla mia bestia, e Laura avrebbe apprezzato il mio coraggio e… e… confuso in pensieri agitati mi addormentai. Il mattino dopo decisi di saltare la scuola. Firmavo le mie assenze e i miei voti al posto di mio padre, a nessuno interessava, nemmeno a lui.
Andai dalla mucca. Le avevo portato del pane secco e delle carote. Prese tutto dalle mie mani in modo garbato, con la grande lingua da mucca che un tempo con l’inganno assaggiai. Mi rese felice vederla mangiare. Questa volta la accarezzai. E lo feci anche nelle due settimane a seguire, quando ogni pomeriggio andavo a trovarla. La testa della mucca era enorme. Avrebbe potuto mangiarsi una qualunque delle mie due braccia ossute, masticandola poco più che le carote che le portavo, ma era gen­tile. Pur non dimostrando grande affetto nei miei confronti, non credo di esserle stato indifferente. Esprimeva i suoi sentimenti senza convenevoli, solo donandomi la sua esistenza placida, e al contrario di mio padre, era silenziosamente presente per me. Lei c’era. Io e la mucca ci facevamo una compagnia cieca, spesso senza guardarci. Cieca ma non sorda, ogni tanto muggiva, e ogni suo scrollarsi era una nota. Cieca ma, va detto, neppure olfattivamente neutra: la mucca puzzava parecchio. Cieca ma non senza tatto; carezzarla mi calmava, e credo le piacesse. Cieca ma non senza gusto, lei con le carote e io con il cioccolato al latte Bumi, vero cioccolato di mucca: sapeva di lei. Una volta portai un paio di birre, e le bevvi entrambe io, perché le mucche non bevono birra. Sbronzo, dissi alla mucca di volerle bene. Era vero.
Restava un mistero cosa fissasse. Non riuscivo a capire questo sguardo dritto nel vuoto ma non perso, guardava qualcosa che io non vedevo. Cominciai a credere che fissasse i fantasmi. Cominciai a sperare che fissasse il fantasma di mamma, che forse a sua volta fissava me.
Dopo tre mesi la mucca, un giorno, sparì.
Piansi per tre notti, poi sentii mio padre che col vicino di casa parlava di una mucca trovata nella stradina che costeggiava i campi, scappata dal camion per il macello grazie a un fortuito incidente nel quale non era morto nessuno ma si era salvata una mucca. Era stata riportata al suo proprietario, che mi fu impossibile rintracciare. Cosa sia successo alla mucca non l’ho mai saputo. L’ho sognata tanto. Ho sognato che era stata portata in una fattoria. Mamma si prendeva cura di lei, come un tempo si era presa cura di me. Non mangiai mai più carne di mucca, non mangiai mai più cioccolata Bumi. A scuola provai a baciare Laura, si scansò ma mi sorrise. Iniziammo a parlare davvero. Da allora cercai di guardare il mondo come faceva la muc­ca. Fissando non il vuoto, ma il pieno nascosto nel tutto. Io non li vidi mai i fantasmi; non riuscivo, non potevo vedere oltre la morte; nei miei sforzi però, iniziai a scorgere cos’era la vita. E per quel poco che mi riusciva, provai ad affrontarla, come mi aveva insegnato la mucca.
Coi i piedi ben piantati nel presente, con lo sguardo che non si arrende ai limiti del mondo.

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