All’ora di pranzo ascoltavamo la radio. A Robbi non piaceva conversare: veniva a casa, l’accendeva e si metteva a tavola. Non ricordo cosa avessi preparato quel giorno, fatto sta che eravamo lì in cucina, e lui, come al solito, guardava nel piatto ascoltando il canale nazionale. A me non piaceva la radio, ma con il tempo avevo imparato a percepirne le parole come si trattasse di una musichetta monocorde, innocua verso il fluire dei miei pensieri. Di solito, durante il pranzo, osservavo mio marito: era come fare le parole crociate. Indovinavo il suo umore dalla distanza che teneva tra la testa e il piatto, o da quante volte posava la forchetta per servirsi del tovagliolo. Ma quel giorno fu diverso.
Improvvisamente smise di mangiare e mi fissò negli occhi.
«Hai sentito?» disse.
Io non capivo, e non gli risposi. Lui corse ad alzare il volume: in quel momento trasmettevano le pubblicità prima del no­ti­ziario.
«Cosa c’è?» gli chiesi finalmente.
«Stai zitta e ascolta!» mi gridò.
Ascoltai gli spot di un’automobile, di un dentifricio e di un assorbente intimo. Poi attaccò la sigla del radiogiornale. Robbi era così infuriato che non finì nemmeno il pranzo, disse che era­no tutti degli stronzi e afferrata la giacca dallo schienale della se­dia fece per andarsene. Ma prima di uscire mi fece una domanda.
«Quand’è che devi partorire?»
Furono proprio queste le sue parole.
Fu solo nel pomeriggio che compresi ciò che stava succedendo.
Di solito, non appena Robbi se ne andava, la prima cosa che facevo era spegnere la radio, ma quel giorno mi sentivo turbata e non lo avevo fatto. Si trattava di biscotti per neonati. C’era que­sta ditta famosa che aveva indetto un concorso per l’inizio del nuovo millennio, e la pubblicità diceva che al primo bambino italiano del Duemila sarebbe andato un premio da un miliardo. Il Bambino Miliardario: così si chiamava il concorso. Robbi era un brav’uomo, ma avevamo questo problema di soldi.
Lo capivo.
All’ospedale mi avevano detto che avrei dovuto partorire verso la metà di dicembre, dal tredici al sedici, ma Robbi dopo qualche giorno mi portò da un dottore suo amico, un certo Gatti, che mi visitò di nuovo e mi prescrisse delle medicine. Il tempo passava.
Un giorno Robbi tornò a casa con una scatola di quei famosi biscotti. Senza dire una parola la mise sulla credenza, in alto vicino ai miei vasi di peltro. Io la guardavo tutti i giorni. Le scritte erano azzurre e rosse su fondo bianco, e sul davanti c’era il faccino sorridente di un neonato. Non mi piaceva quella scatola. Certe volte mi sembrava che il bambino cambiasse espressione, che smettesse di sorridere.
Adesso, quando tornava a casa, Robbi non mancava mai di chiedermi come stavo. Se, per caso, gli dicevo che avevo sentito il piccolo muoversi, o che avevo avuto la nausea o cose del ge­nere, diventava cupo e affondava ancor di più la testa nel piatto, come una nave che cola a picco. Ma fu ai primi di novembre che le cose peggiorarono.
Il dottor Gatti divenne quasi un membro della famiglia. Mi mise a letto e mi proibì ogni movimento inutile. Riordinare la casa, fare la spesa, lavare i pavimenti divennero cose inutili.
Qua­si tutti i giorni veniva a sedersi in fondo al mio letto e mi ripeteva la lunga lista di ciò che mi era proibito. Mi faceva delle punture, e il mio comodino era sempre più ingombro di medicine. Se lui mancava, Robbi prendeva il suo posto. In quel periodo imparò a farmi le iniezioni.
Un giorno si mise a nevicare, e io, riflettendoci, pensai che il mio bambino avrebbe già dovuto nascere. Strinsi gli occhi più forte che potei, e quando li riaprii mi parve di vederlo accanto a me, già cresciuto, già uomo. La neve, là fuori, mi portava il suo odore. Quella sera svenni per la prima volta. Il trentun dicembre del millenovecentonovantanove fui ricoverata d’urgenza in ospedale. Nonostante la mezzanotte fosse ancora lontana, l’aria era già piena di esplosioni e mi sembrava, dal rumore, che anche le macchine andassero più veloci del solito. Il frastuono della sirena, lì sull’ambulanza, mi instillava la paura nel cervello. Robbi mi teneva la mano, era sudato e credo che balbettasse qualcosa, credo che parlasse di un notaio: aveva chiamato un notaio perché mi raggiungesse all’ospedale.
Poi fu il buio. La prima cosa che vidi quando ripresi conoscenza, a notte fonda, fu un mazzo di fiori proprio di fronte a me, appoggiato su un tavolino d’alluminio. Vicino al tavolo c’era un uomo molto alto che indossava un camice bianco, ave­va dei coriandoli tra i capelli e mi fissava attentamente. Mi disse di farmi forza, che ero ancora giovane e che avrei potuto avere tutti i figli che desideravo. Poi mi accorsi che c’era anche Rob­bi, in quella stanza. Era su una seggiola e teneva la testa sul mio cuscino. Stava piangendo. Allora glielo chiesi:
«Vale lo stesso? Robbi, vale lo stesso?»

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