Ci sono tantissime cose di mio padre e mia madre che non ho mai capito, e per la maggior parte di queste ho perso sia la speranza che la curiosità. Tra tutte, però, ce n’è una a cui penso spesso ancora oggi. Una cosa che mi fa tornare nella vecchia cucina, con la televisione sempre accesa e le pareti impallidite dalla luce del neon. La pasta. E ogni volta che ci penso mi ritrovo seduto attorno a quel vecchio tavolo rotondo, mentre mam­ma e papà discutono. Ciò che mi spinge dopo tutti questi anni a ricordi tanto lontani è quella loro curiosa abitudine quotidiana di trasformare la pasta in un pretesto per litigare: un litigio che con il passare del tempo era diventato un rito. Sì, perché a guardarli sembrava che stessero recitando un copione.
«Martì, quanta pasta vuoi?» diceva lei.
«Rosà, normale», rispondeva lui.
Quando mamma poi portava i piatti, papà guardava prima la pasta e poi mia madre, e diceva: «Rosà, ma quanta ne hai calata?»
«Come hai detto tu, normale», rispondeva mamma.
«Ma questa normale ti sembra?»
Papà aveva davanti un piatto così pieno che dopo avergli spolverato sopra una bella cucchiaiata di caciocavallo, non riusciva nemmeno a mescolarla.
Mamma, invece, con la tranquillità di chi affronta un argomento per la prima volta, diceva: «Quella che non vuoi, la lasci.»
«Ma una volta che l’hai fatta, io me la devo mangiare.»
«E perché, non la possiamo riscaldare domani?» diceva lei.
«Ma perché mi devo mangiare una cosa riscaldata? Non ne puoi fare di meno?» diceva papà.
«Se ne faccio di meno poi ti lamenti che è poca.»
Che poi mio padre quella pasta se la mangiava sempre, fa­cendo stampare un sorriso soddisfatto sulla faccia di mia ma­dre. Allora lui, stizzito, ribatteva dicendo «Certo che la mangio. E che la dobbiamo buttare? Qua siamo all’ingrasso», e poi si batteva le mani sulla piccola anguria della sua pancia.
A volte mi guardava e diceva «Prima di sposarmi ero tutto un fascio di muscoli. Non avevo nemmeno un filo di grasso.»
«Martì, te l’ho detto, quella che non vuoi la lasci», cercava di tagliare corto mia madre, ma il copione prevedeva che l’ultima battuta fosse sempre di papà.
«A me le cose riscaldate non mi piacciono», diceva, e solo al­lora si iniziava a mangiare.
Mi chiedevo perché mamma si ostinasse a non usare la bi­lancia, perché non si accordassero sul peso giusto e la facessero finita. Ne avevamo una, ma stava sempre chiusa dentro uno stipetto della cucina.
«Mamma, ma perché non usi la bilancia?» le chiesi un giorno, esasperato.
«Io mi regolo a occhio», mi disse con la convinzione di chi sapeva esattamente quel che doveva fare, sicura come se stesse rivendicando qualcosa. Anche se quella sua risposta, per me, non era una risposta, non aggiunsi altro. Avrei voluto insistere, avrei voluto capire, ma quella sua sicurezza mi zittì.
Papà e mamma continuarono a recitare il copione. Ancora e ancora. E in più di un’occasione mi capitò di pensare che quella fosse l’ultima, che non ce la facessero più, che fossero arrivati alla fine. Io, di sicuro, ero esausto.
Tantissimi anni dopo, decisamente troppi, smisero di stare insieme. Non li vedevo da molto tempo e anche io mi ero separato da poco: anche io avevo smesso di recitare il mio copione.
Un giorno, di pomeriggio, incontrai papà. Quasi per caso. Notai subito che aveva perso quella piccola anguria a cui ero molto affezionato. Quella pancia che ogni tanto mamma provava ad accarezzare dicendo «Martì, ma lo vuoi capire che quando ti vedo mangiare io sono felice!»
Parlammo del più e del meno, e tra tutte le cose che poteva dirmi dopo tanto tempo che non ci vedevamo, mi raccontò di quando mamma calava la pasta a occhio.
«Sai che per capire qual è la porzione giusta di pasta, c’è una formula matematica precisa? Una formula che non ti puoi sbagliare: devi fare cento grammi meno la tua età», poi si era passato una mano sul ventre piatto. «Vedi?» aveva detto con sod­di­sfa­zione. In verità avrei voluto chiedergli tante cose, avrei voluto dirgli che quella sua pancia a forma di anguria mi era sempre piaciuta, ma parlammo per qualche minuto come due conoscenti qualunque e poi ci salutammo stringendoci la mano.
Una volta a casa, mentre mi preparavo la cena, ripensavo a quella formula matematica di papà, ma l’idea di sottrarre il numero dei miei anni a cento grammi non mi allettava più di tanto. Inoltre notai che nell’ipotesi in cui si debba cucinare per più di una persona questo metodo diventa alquanto complesso. Mi chiesi come avrebbe fatto a regolarsi se avessimo mangiato insieme io e lui. Forse sarebbe stato più semplice sottrarre il numero degli anni in cui non ci eravamo più visti.
Iniziai a ricordare tutti i piatti di pasta della mia vita con lei. C’era stato un lungo periodo in cui ci eravamo regolati a oc­chio. Poi avevamo iniziato a usare la bilancia, ma questo non aveva risolto il problema. C’erano state volte in cui ne avevamo pesato mezzo chilo per due e non era bastata e altre in cui quei fa­mosi cento grammi erano stati più che sufficienti, magari dopo un litigio che ci aveva chiuso lo stomaco. Ricordai le po­che vol­te in cui riuscimmo a raggiungere un compromesso. Pensai a quelle in cui le chiesi di fidarsi di me, e lei mi ascoltò; e le altre che fui io a fidarmi di lei.
Adesso che sono solo, però, finisco per regolarmi a occhio, come faceva mia madre, e se capita che è troppa la conservo sempre.

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