La luce blu della televisione diceva che in Madagascar si trovano i gechi con la coda a foglia, che per vivere e sopravvivere si confondono sui rami. A vederli, hanno dei brutti, inquietanti occhi lattiginosi.

La spense, trovando fastidio e sollievo nel silenzio. Stare se­duti su un divano nelle sere calde estive ha qualcosa di estremamente malinconico, appiccicoso dentro più del sudore fuori. Ri­mase così qualche minuto di troppo, o semplicemente qualche minuto in più, indugiando per il solo fatto di non avere nessuno che potesse aspettarlo in camera da letto. Prima di alzarsi tornò a pensare agli occhi opachi di quei gechi, che si erano evoluti per riuscire a confondersi con quello che gli stava attorno, fosse una foglia, un ramo o un altro animale. Cercò di tenere a mente questo, mentre si preparava per andare a dormire: che non tutti gli esseri viventi gongolano per la loro unicità. Si ritrovò davanti allo specchio a esaminarsi con uno sguardo più severo di quanto avrebbe voluto, riconoscendosi più gobbo di quello che ricordava. E sudato e quindi un po’ patetico, anche se tutti sudano in agosto. Spense la luce sopra al lavandino e finì di prepararsi per il sonno nel finto buio della città. Aveva una nuova routine della buona notte: non era per forza un male. Cercò di tenere a mente anche questo, dopo i gechi, mentre abbassava la tapparella.
Ora prima di andare a dormire ci teneva che fosse perfettamente chiusa. Non lasciava aperto nessuno dei forellini, faceva scorrere il nastro fino in fondo e quando lo sentiva molle in mano sapeva di aver fatto un buon lavoro. Da lì, non sarebbe entrata neanche una striscia di luce.
Non poteva farlo prima, prima del divorzio. Sua moglie al buio totale non ci voleva stare. I rumori della città, invece, andavano bene a entrambi e a quel buio annacquato da camera mi­la­nese lui ci aveva fatto l’abitudine.
Dopo aver capito che sarebbe tornato a dormire da solo si ricordò che non era sempre stato così, che era finito il tempo del matrimonio e del compromesso.
«Ti somiglia un po’, a dir il vero», erano state le sue esatte parole. Teneva le mani incrociate sulle gambe, era seduta al suo solito posto al tavolo della cucina. Non aveva usato un tono di scuse, ma aveva alzato un po’ le spalle e le sopracciglia mentre lo diceva, come se più che a lui, volesse farlo notare soprattutto a se stessa. Non aveva mai capito in che senso gli somigliasse questo uomo misterioso, perché non aveva avuto prima la pron­tezza e poi il coraggio di approfondire la questione. Erano simili nei modi o nell’aspetto? Nella parlata, nelle abitudini o nei gusti del vestire? E somigliava al lui di adesso o al lui di quaranta anni prima? Era questo il percorso a ostacoli che ripassava ogni mattina e ogni notte, stancandosi finché un po’ nauseato da quel girare a vuoto decideva di alzarsi o di chiudere gli occhi. Quella volta, quando gli tornarono ancora in mente i ge­chi, decise che poteva fermarsi.
Divenne un’abitudine prima che potesse chiedersi se fosse una cosa giusta o sbagliata.
La prima volta era capitato proprio quell’estate, verso la fine, ma non ancora così vicino a settembre da veder la città rianimata. Era andato al supermercato più per cercare qualcosa da fare che qualcosa da comprare. Al tempo la sua dieta era regredita a quella di uno studente universitario pigro, scatolette e banco gastronomia. Se ne vergognava quando arrivava alle cas­se, di quello che tirava su dagli scaffali, e cercava di metterci sempre meno tempo possibile, sempre negli orari più favorevoli. Mai in pausa pranzo o all’uscita degli uffici. Per tutto agosto era stato tranquillo, incrociava poche persone e quelle poche avevano la sua stessa voglia di incontrare l’umanità rimasta a Milano. Quella prima volta invece si era fermato a metà di una corsia, perdendo minuti preziosi che lasciavano il suo carrello esposto al giudizio di chiunque. Dal corridoio di fianco al suo arrivava una voce simile a quella di sua moglie.
Capì subito che non era lei, o comunque dopo pochi secondi: quello che era simile era l’intonazione, o meglio l’intenzione, erano simili le vite che avrebbero potuto esserci dietro quel­le due voci: vite di donne che ai suoi occhi ora sembravano crudeli. Poté vederla prima di aver deciso se tornare indietro o andare avanti, era lei che aveva svoltato l’angolo fra i bancali. Era al telefono. Cercò di capire da lontano se fosse bella, se lo fosse stata, se era curata, se era una di quelle che dopo i cinquanta ci tengono ad andare ogni settimana dal parrucchiere. Se in un’altra vita, da sposati, sarebbe stato lasciato anche da lei per un altro che gli somigliava.
Mentre percorreva mentalmente quelle tappe, i suoi piedi avevano preso velocità e le sue mani stringevano il manubrio del carrello più del necessario. Se ne accorse quando lei alzò lo sguardo, dopo aver chiuso la telefonata. Doveva avere un’es­pressione antipatica, perché sentiva la fronte tutta tirata in mez­zo agli occhi, dove gli si forma sempre un solco che anni prima era una semplice ruga. Allora smise di farsi tutte quelle domande e cercò di fermare anche i suoi piedi, riuscendoci male ma salvando le apparenze: i due carrelli si scontrarono ma lui poté fingere di essere stato così distratto, imperdonabile. E mentre si scusava, e lei si stava già allontanando dicendogli che no non doveva preoccuparsi sono cose che capitano a chi non è mai successo con quei vecchi affari, si sentì chiederle se non si era­no già visti da qualche parte, perché proprio gli ricordava qualcuno ma non riusciva a capire chi. E forse non era il viso, ma la voce: non era per caso una doppiatrice? E più lei negava confusa, più insisteva: forse un’annunciatrice, o forse un tono simile a una sua amica. Certo probabilmente era perché aveva una voce simile a quella sua conoscente, una voce comune. Si sforzò di dirlo proprio così, una voce comune, ma lo disse col sorriso e mentre lo scandiva si preparava ad andarsene per avere l’ultima parola. Voleva che si sentisse meno speciale possibile.

Poi ci fu la volta di quella ragazza che attraversava la strada dalle parti di Porta Romana. L’importante era fingere sicurezza nell’approccio, non aspettare di essere troppo vicino, iniziarlo da lontano. L’aveva guardata abbastanza da farle capire che sta­va pensando qualcosa che forse la riguardava, così che quando si trovarono di fronte lei non si stupì a sentirlo parlare: era come se con lo sguardo le avesse detto di prestare attenzione a quello che stava per dirle. Si erano per caso già visti? Visti proprio alla farmacia lì all’angolo, qualche via più avanti. Quindi lei non era Ania, la ragazza che dava una mano alla farmacista? Era un’amica di sua moglie, non Ania, la farmacista si intende, ci avrebbe giurato, perché ci andava spesso. Insomma che dire: incredibile, perché allora dovevano essere due sosia, lei e Ania. Ma che non ci rimanesse male, erano entrambe bellissime! La solita ul­ti­ma parola, detta mentre già si allontanava, alzando un po’ la voce, mentre già allungava il passo, mentre già gustava il fatto di lasciarla lì a chiedersi chi fosse quella persona che le somigliava tanto.

Finché riuscì, replicò questo teatrino. Poi, verso ottobre, tornò a esserci la pioggia. La gente per strada nascondeva la faccia sotto l’ombrello, gli sguardi iniziavano a farsi bassi insieme alle giornate che si facevano più corte. I supermercati avevano gli orari scanditi dai lavoratori tornati a pieno regime. Fu ignorato per strada una o due volte, una volta ascoltato e liquidato, un’altra zittito con un’occhiata diffidente. Smise di riconoscere gente che non aveva mai visto, riprese a pensare a sua moglie, ricominciò la via crucis di domande.

A volte si immaginava la vita dei gechi.

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