Come se, oltre che calciarlo, ci fosse altro da fare, con un pallone.
Non ci riesco con Silvio, si diceva sua madre mentre lui inseguiva il pallone sul piazzale davanti alla chiesa.
Giorno della comunione, assieme cresima e comunione, as­sieme al fratello più grande, assieme per risparmiare qualcosa sul rinfresco, assieme per farla essere più festa.
In chiesa, i pacchi alimentari e le indulgenze plenarie; nella sezione del Pci, il faccione di Stalin, sopra al calciobalilla; a casa, la domenica, le fettuccine e il pollo arrosto con patate.
«Silvio, vieni qui!»
Era il tono con cui non si discuteva. Silvio si ricompose in fret­ta; doveva aver sbagliato qualcosa, per un urlaccio così, e sul piazzale della chiesa.
Si avvicinò comunque tranquillo. Già sapeva che lei non gli riusciva a dare “lo sguardo normativo del padre”, la cui mancanza, con malcelato orgoglio, l’analista di Silvio avrebbe denunciato una quarantina di anni dopo. Sua madre e lui lo sapevano da allora, ed era così, né bene né male.
Lei si accosciò davanti a Silvio per guardarlo in faccia, le mani sulle spalle, scuotendolo; poi sistemò camicia, cravattina dorata con l’elastico, e fazzoletto bianco nel taschino della giacca.
«Vergognati: guarda come ti sei ridotto! Giocare a pallone col vestito della comunione!»
Mentre completava l’ispezione verso il basso, un no, stretto tra i denti.
Le scarpe bianche di Silvio. Gli strappò dal piede la sinistra, autrice di un tiro risolutivo solo pochi minuti prima e che si distingueva, adesso, per una macchia di catrame sulla punta.
Catrame che il parroco aveva ben pensato di far mettere sul piazzale per il giorno della prima comunione.
E che ne sapeva Silvio, e chi ci pensava al catrame, alle scarpe bianche e alla comunione.
«Guarda, guarda…» gridava piano e piangeva mamma, mentre sfregava la scarpa con il fazzoletto di pizzo, bianco anche lui; lo portava alle labbra, lo bagnava di saliva e sfregava la scarpa, poi alle labbra, bagnava e sfregava. Silvio la guardava, il tallone sinistro sulla punta del piede destro. Gli dispiaceva che mam­ma piangesse.
Ma se c’è un pallone bisogna calciarlo, e non capiva quello che sentiva intorno, ‘a vedova non ce riesce mica a sta’ dietro ai fiji e a lavora’.
«Ora andiamo da Padre Luciano per la foto. Cammina: peggio per te che sei sporco» e gli rinfilò la scarpa.
Si incamminarono tutti e tre: lei, Silvio, e suo fratello, che non aveva giocato a pallone, né aperto bocca durante tutto lo sfregamento. Si misero in posa: sullo sfondo i mobili della sagrestia e il vaso di asparagina. Lei al centro, le mani sulle loro spalle, senza sorriso, la mascella serrata. Silvio non capiva perché, ma doveva essere per la macchia.

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