Mi hanno detto una volta che diventare vecchi è una cosa che succede poco a poco, un giorno dopo l’altro, ma io so che non è vero. L’ho vista, mia nonna, che faceva da mangiare per venti, trenta persone, parlava con tutti e non si dimenticava mai niente; ti guardava con quegli occhi chiari che adesso sono an­che i miei. Poi un giorno è caduta, si è rotta un piede e ha cominciato a stare in casa; a parlare poco, a dire tre o quattro volte le stesse cose e a prendere l’ascensore per andare dal garage alla casa, anche se ci sono da fare soltanto due rampe di scale. Allora ho pensato che diventare vecchi è come cadere: ti succede un giorno mentre sei distratto e dopo non sarai mai più lo stesso. Ti toccherà prendere l’ascensore, se ce l’hai.
Un giorno l’ascensore ha preso mia nonna, l’ha mangiata e non voleva lasciarla andare fuori: «Nonna, guarda in alto, c’è un numero di telefono». «No, non c’è» diceva, e io lo sapevo che c’era, non lo vede, pensavo, ma poi mi è venuto in mente che forse lo vedeva, forse voleva stare là in un angolo, senza più niente da fare e l’ho pensato anche dopo, quando mio padre ha tirato giù e su l’interruttore generale: l’ascensore ha dato come un colpo di tosse e si è aperto. Mia nonna è uscita ma non sembrava contenta e neanche spaventata, sembrava triste per l’avventura che era finita, come tutto il resto.

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