Giovanni Chianchiere sedeva col volto sui pugni e i pugni sul bancone.
Il barista lo guardava, afflitto. Giovanni con movimenti ondulatori faceva scricchiolare il suo sgabello. Era infastidito dallo sgocciolare incessante del rubinetto accanto ai distillatori, che andava ad aggiungersi al rumore bianco della televisione priva di segnale. Che bar di merda, sbottò.
Ne uscì.
Erano le due di pomeriggio.

Chianchiere suonò il campanello di Antonio Solachianello e ciondolò nervoso nell’attesa. Risuonò. Guardò l’ora. Riciondolò.
Antonio apparve alla porta in canottiera e infradito. Non eb­be il tempo di accorgersi di Giovanni che questo gli chiese, l’ho prestato a te il libro L’oro di Napoli?
Ma perché, domandò Antonio a sua volta. Tu leggi i libri?
Era già nervoso, Giovanni, e il fatto d’aver ricevuto una do­manda al posto di una risposta lo agitava ancora di più. No che non li leggo.
E io nemmeno.
Si morse le labbra, Giovanni. E prese a pensare.
Pensava, Giovanni. E allora Antonio capì che c’era qualcosa. Si preoccupò. Ma perché, domandò di nuovo.
Antonio Solachianiello e Giovanni Chianchiere scorrazzarono ansiosi dall’amico Luigi Battilamiere, consumando le suole delle scarpe e la pazienza sui sampietrini degli acciaccati viottoli.
Grasso, calvo, stupito nel trovare i due sulla porta, e con un occhio rosso per esserselo da poco stropicciato, Luigi aprì il portoncino.
Il libro L’oro di Napoli, dissero i due compari. Ce l’hai tu?
No, perché? Che è successo?
Luigi era un tipo sveglio, pur non avendo fatto le scuole. Capì subito la natura del problema e saggiamente esternò: Umma­don­namìa! Poi aggiunse: il tempo che mi vesto e vengo.

Sul muro esterno di una piccola casa schiacciata tra altre due case identiche era appeso un pezzo di specchio sfregiato. Al­l’interno di quello specchio si rifletteva un vecchio coltellaccio che con colpi cocciuti tagliava i peli dalle eleganti guance avvizzite di Pasqualino Sanzaro.
Aveva ancora mezzo viso insaponato dalla schiuma da barba quando fu sorpreso dai tre compaesani. Li guardò qualche attimo da sotto le sue folte sopracciglia, dopodiché tornò a concentrarsi sullo specchio e sui suoi peli. Non mancando, però, di salutare.
Buongiorno ai signori. Che cosa vi serve, chiese fra due colpi di lama.
Un libro, rispose prontamente Giovanni.
L’oro di Napoli, precisò Antonio. Ce l’hai tu?
Pasqualino era uomo d’onore, e una domanda così accusatoria gli arrivò a fendere il petto come una schioppettata.
Non cominciamo! Io quel libro non me lo sono mai preso!
Poi, rivolgendosi a Giovanni, il più cupo dei tre: se ti ricordi mi strappai solo mezza paginetta per segnare il tuo numero di telefonino. Ma libri, qua, non ce ne stanno.
Giovanni Chianchiere era sempre più ansioso. Guardò l’orologio taroccato di marca. Fu un insieme di cose: in quell’orario in cui la canicola tardo primaverile rende estenuante ogni minimo sforzo; a quell’ora che, per la sua natura violenta, da queste parti viene definita da tempo immemore controra; proprio in quel lasso di tempo, il corso acciottolato del paese divenne un formicare di paesani che bussavano frenetici alle varie porte in cerca di quella stramaledetta raccolta di racconti.

Inutile nascondere che la cosa non mancò di scatenare equivoci e incomprensioni:
Ciro Masterascio, alla domanda ce l’hai tu L’oro di Napoli rispose irritato di avere sempre lavorato onestamente e di non tenere oro in casa sua;
Saverio Stagnaro, agli uomini che attendevano all’ingresso, portò il dizionario che il figlio adoperava per i compiti chiedendo se quel libro poteva andare bene lo stesso;
Carminuccio Impagliasegge, anche lui interessatosi alla ricerca, andava in giro chiedendo il libro Gente di Napoli, troppo tardi corretto in Loro di Napoli.

Finalmente uno dei ricercatori disperati arrivò alle porte del caseggiato di Ciccio Giurnalajo, l’intellettuale dell’enorme comitiva. Alla domanda, stavolta precisa, hai tu il libro L’oro di Na­poli, Ciccio inforcò gli occhiali per mantenere il peso della di­scussione. Poi, con autorevolezza, rispose: sì, ce l’ho io.

Le pantofole di Ciccio grattavano il pavimento di graniglia; attraversarono tutta la lunghezza del salotto fino a fermarsi ac­canto a un volume, lì a terra, il cui titolo era stato – in molte varianti – più e più volte nominato in paese nell’ultima mezz’ora. Era L’oro di Napoli di Marotta.
Faceva da supporto a un piede tranciato della vecchia poltrona di casa Giurnalajo.
Lo avevano trovato. Ed erano ancora in tempo.

Il casolare di Rocco Putecaro pareva posato a caso in un pez­zo di terra discretamente ampio, nel quale si decomponevano inermi le carcasse di vecchie biciclette arrugginite e impolverati tubi da giardino. Il vecchio cane Armando si consolava accovacciato sotto l’ombra della quercia, con la convinzione che niente e nessuno potesse mai schiodarlo da lì. Una piccola statua della Madonna di Pompei era talmente coperta d’edera che se avesse potuto piangere lo avrebbe fatto. Le galline che zampettavano fra l’erba furono le prime ad accorgersi dello stuolo di paesani che conquistava il cortile, quindi saltarono via verso il retro, ricordandosi ancora una volta di non poter volare.

Non ci volle molto perché quel prato incolto fosse interamente occupato da Giovanni Chianchiere, Ciccio Giurnalajo, Luigi Battilamiere e tutti gli altri uomini del paese. Il vecchio cane Armando, solerte, diede un paio di svogliate urla. Nessuno lo considerò. Tornò ad accovacciarsi pensando: il mio lavoro l’ho fatto.
Quando Rocco aprì il cancelletto col pigiama a righe e il telecomando fra le mani, la sua prima reazione fu di spavento nel vedere una folla così numerosa. La seconda, di reazione, fu la presa di coscienza.

Ti abbiamo portato il libro che ci hai prestato, esordì Gio­van­ni Chianchiere.
Gente di Napoli, urlò la vecchia voce di Carminuccio Im­pagliasegge dal fondo. Loro di Napoli, corressero in coro altri signori.
Rocco Putecaro si prese il libro che gli avevano portato, ma era stizzito. Prese il libro, ma non ringraziò. Prese il libro, e quel libro era strappato, ammaccato, rovinato e, ne era sicuro, mai letto. Ci fu qualche istante di silenzio, rotto da Pasqualino Sanzaro che, sventolandosi con un pezzo di carta strappato dalle stesse pagine appena restituite, domandò, che facciamo, entriamo?
Ci mise un po’ Rocco a rispondere, guardando le facce madide dei vari ospiti come a volerli contare uno a uno. Ma fu facile perdere il conto, al che fece un secco cenno col capo. Voleva dire sì.
Esplose un urlo di gioia.
Poco alla volta tutti entrano nel casolare sotto gli occhi schifati di Rocco.
Pasqualino, fresco di rasatura, entrando finse di avere l’illuminazione: ah, ma io m’ero dimenticato! Tu hai il canale per vedere le partite di pallone!
Uà, e che fortuna, gli fece da spalla Antonio Solachianiello, Sono quasi le tre, e tra un po’ comincia il Napoli!
Mentre si recitava questa insulsa scenetta, continuò inarrestabile il flusso di gente che si riversava in casa. Gli ultimi indossavano persino sciarpe azzurre e cappellini col disegno del ciuccio, lo stemma della squadra; il vecchio Carminuccio per l’occasione aveva portato la sua storica maglietta di Careca.

Senti Rocco, domandò qualcuno da dentro, non è che avresti qualcosa da bere?
Bravo, sì, gli fece eco qualcun altro, ci vorrebbe un poco di Falanghina!
Per me una birra, se posso scegliere, commentò un altro.
Ce l’hai il limoncello, domandò un ultimo.
Rocco era al limite dell’indignazione. Ma vittima del dovere dell’ospitalità, gridò alla moglie: Maria! Prepara qualche caffè! E si chiuse la porta alle spalle. Con tanta di quella forza da svegliare di nuovo il vecchio Armando, che ringhiò un altro paio di vol­te per sicurezza, probabilmente non aprendo nemmeno gli oc­chi. Però non ci mise molto ad addormentarsi di nuovo, cullato dai cantilenanti cori da stadio che venivano fuori dalle mura as­sediate di casa Putecaro.
Perse due a uno in casa, il Napoli. Ma ancora oggi, in paese, si racconta con commozione di quella festa; proprio in questi giorni Saverio Stagnaro ha sorpreso il suo secondogenito – nove anni – a sfogliare le pagine di un dizionario d’italiano che adopera per fare i compiti. Quel dizionario è stato il pretesto per raccontare al figlio di quella volta in cui Rocco Putecaro invitò tutto il paese a vedere la partita a casa sua.

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