Negli anni della contestazione giovanile c’ero anch’io.
Il sabato pomeriggio sventolavo la bandiera rossa in piazza. Andavo in manifestazione perché c’era la Marina. Avrei voluto conoscerla e farci l’amore, ma ero così impedito che non son mai riuscito neppure a parlarle.
La domenica pomeriggio invece sventolavo la bandiera rossonera a San Siro.
Rivera era un dio, ma io amavo Baslètta Lodetti perché correva come una bestia. Sembrava la locomotiva di Guccini: una bomba proletaria lanciata contro l’ingiustizia.
Per pagarmi gli studi, la domenica mattina suonavo l’organo della chiesa del paese. Per carità, era un Tornaghi del 1850, gran bello strumento, però era come sventolare la bandiera del Vati­cano. Provavo un falso disagio ideologico, un senso di piacevole carenza rivoluzionaria: in fondo ero e resto un anarchico francescano. Tra un Kyrie di Rossini e un Gloria del Perosi, il mio sguardo cadeva sui fedeli, attratto da un bell’uomo.
Era un tipo curioso: stava sempre in piedi.
Non si sedeva neppure al sermone del prete.
Alto e secco come un chiodo, era signorile come le Torri del Vajolet.
Portava una barba candida e qualche capello s’aggrappava con fatica alla sua testa.
Elegante, trascinava la bellezza dei suoi novant’anni.
Un giorno di Pasqua, dopo Messa, il tempio era vuoto.
Mi sentivo forte come un toro in erezione.
Iniziai a suonare il maestoso inno dell’Unione Sovietica, il più bello del mondo.
Dalla navata centrale sentii la stessa melodia. Proveniva da una voce affaticata e flebile. Il suono si avvicinava sempre più.
Era lui: l’uomo che non si sedeva mai.
Il vecchio si sistemò al mio fianco, cantando commosso e sempre in piedi.
Vidi i suoi occhi per la prima volta. Raccontavano poco. Le sopracciglia erano folte e arrotolate come zucchero filato e nel­la sua barba si annidavano semi d’ortica pronti a far male.
La bocca era piccola e tagliente: un rasoio con la lama rivolta sia all’esterno, sia all’interno.
Non aveva rughe sulla fronte, solo chiazze rossastre che si muovevano in sincrono con gli occhi. Il naso carnoso aveva na­rici pallide di marmo bianco, morbide di burro, bagnate di prosecco. Era un naso artistico, un’opera di Rodin.
Ma quei semi d’ortica facevano paura.
«Piacere, sono il Colonnello Gaetano Maggi, ma mi chiami pu­re Colonnello Gaetano Maggi.»
«Scusi?»
Non mi diede il tempo di capire e ciò m’irritò.
Iniziò a parlare con una voce ovale e profonda che avrebbe affascinato Marina.
Che bastardo.
Le labbra si muovevano come mulinelli lacustri e i sobbalzi della barba spargevano i semi d’ortica.
Mi angosciava, ma gli sorrisi.

«Ho fatto tutta la campagna di Russia, compresa la ritirata del ‘43. Nella battaglia di Nikolajewka, sotto il ponte, il prete benediva chi andava a morire. Volevano costruire un muro di car­ne che ci permettesse di fuggire dalle mitragliatrici. Usci­va­no allo scoperto e, con la lucidità dell’amore infinito, si facevano uccidere. Cascavano nell’istante preciso in cui i loro corpi creavano un incastro con quelli di chi li aveva preceduti. In un giorno, vidi cadere cinquemila alpini, cinquemila uomini, cinquemila mattoni.
In quel porco mondo, la neve era rosso granata e i cadaveri squarciavano anche gli occhi dei soldati russi.
Noi si camminava a meno quaranta gradi mentre la tormenta gelata pugnalava l’umanità.
Ogni passo era un cazzotto nello stomaco.
Il ghiaccio, innervato da minuscole e infinite spaccature, sprangava il sangue nelle vene.
La fame era bastarda. Labbra e palato si riempivano di piaghe: anche cibarsi era una selvaggia atrocità.
Salivano al cielo le nostre bestemmie e Dio, lì, in quel mo­mento, amava quelle preghiere sante, pure e piene di voglia di vivere.
Qualcuno viveva, cercando la morte bianca: si sedeva e si sdraiava sulla neve. Poi si addormentava e moriva assiderato, senza soffrire. Ma noi sapevamo che continuava la propria esistenza lassù, nel banchetto celeste, imprecando in faccia al Padre Eterno, chiedendogli conto dell’infinita ignavia cagata su questa terra maledetta».

D’improvviso il Maggi tacque, guardò l’orologio e si girò per guadagnare l’uscita.
Mi resi conto che non avrei più avuto alcun timore di lui. Poteva anche diventare simpatico, forse.
Il vecchio uscì dalla chiesa. In fretta sistemai gli spartiti, chiu­si l’organo, indossai l’eskimo e lo raggiunsi sul sagrato.
Ci dirigemmo verso la fermata dell’autobus.

«In Russia, c’era anche Tonino Biffi. Un giorno, per dirmi due parole, mi viene vicino, si attacca alla mia testa per parlarmi in un orecchio e superare il rumore del vento. Mi sposta un poco la testa. Un movimento minimo e la pallottola, invece di colpire me, uccide lui.
E il Gabrielli? Voleva tornare per vedere la sua figliola, appena nata. Mostrava a tutti la fotografia della bambina inviata dalla moglie. Al ritorno seppe che la piccola era morta.
E io pensavo a mia moglie e a mio figlio di tre anni: erano vi­vi? Ci saremmo incontrati ancora?
La morte non si licenzia, ma è peggio il dolore perché trova sempre da lavorare nella nostra fottuta vita!»
Esitando un attimo, si appoggiò al bastone per salire sul pullman. Non mi frenai: «Maggi, ma perché sta sempre in piedi? Sono anni che la guardo e non si è mai seduto.»

«E poi il Tempini? Era un ingordo. In tempo di pace, mangiava alle sei, alle otto, alle dieci. Rubava il rancio, poi veniva a men­sa e alla fine usciva a pranzare in una locanda.
Durante la ritirata, non mangiavo da due giorni.
Bestemmiavo mia madre per avermi dato la vita e la pregavo perché mi facesse tornare.
Le forze andavano spegnendosi.
Un urlo lontano: Gaetano, Gaetano, vieni qui. Vado e vedo un uomo con in mano una coscia di pollo: era il Tempini che l’aveva conservata per me.
Una prova d’amicizia grandiosa!»

L’autobus s’arrestò.
Scendemmo vicino alla stazione di Monza.
Ansimante, il Maggi puntò dritto verso uno stupido, altissimo prisma a forma d’alveare: un palazzo residenziale.
Lo seguivo, ma non riuscivo più ad ascoltarlo.
Se non m’avesse fatto pena, me ne sarei andato infastidito.
Lui parlava, parlava, ma parlava solo per ascoltarsi e non mi diceva neppure perché se ne stava sempre in piedi.
Bofonchiando, tirò fuori un mazzo di chiavi. Aprì l’ingresso principale, s’avvicinò all’ascensore e mi fece segno di salire. Ven­tesimo piano.
C’era un silenzio spaventoso. Il vecchio capiva che ero seccato. Uscimmo sul pianerottolo. Il Maggi aveva appena suonato alla porta di Anna Ivanova. Ci aprì una donna bionda e algida con un seno prosperoso e due spade come occhi.
Appena vide il vecchio, lo abbracciò con passione leonina, sfoderando un sorriso da sonetto dell’Aretino.
Rimasi sbalordito da quell’uomo che scaldava il gelo russo con la sua commozione per la moglie e ora, in Italia, sbavava per la sua giovenca siberiana. Non riuscivo a sopportare quest’ipocrisia da inquadrato benestante.
Stavo già uscendo, quando il tuono del Maggi risuonò nell’aria: «Giovanotto, torni qui e si sieda.»
Mi assalì una gastroturbolenza così forte da scaraventarmi sulla poltrona del salotto di Anna Ivanova.
Seduto.
Sempre in piedi, il Maggi si tolse le scarpe, si sfilò i pantaloni e calò le mutande a terra.
Non era un grande spettacolo, ma poi si girò.
E fu allora che Anna parlò: «Durante la ritirata degli alpini in Russia, ero una bambina. Abitavo a Rossoch.
Un pomeriggio ho visto un’ombra nella neve.
Era lui che stava morendo assiderato.
L’ho portato nell’isba e l’ho messo vicino al fuoco.
Piano piano s’è ripreso, ma non avevamo nulla di cui cibarci, quando lui ebbe un’idea bizzarra.»

Senza mutande, il Maggi tagliò corto: «Avevo il culo congelato e irrecuperabile. Ho deciso di tagliarlo e mangiarlo con An­na.
È doloroso perderlo, il culo, ma sono ancora qui a raccontarlo e ho portato anche lei in Italia.
Ora, bel pirla, non mi rompere con le tue ovvietà piccolo borghesi e togliti dalle palle, capitalista!»

Era proprio Pasqua.

Il gioco →