Roger Waters  The wall live 05/04/2011 – Milano, Filaforum
(la foto qui sopra è di Barbara)

Emerge questo ricordo di me adolescente seduto in un pullman. Stiamo tornando da una gita di classe. I facinorosi sono tutti in fondo che cantano canzonette sconce. Le ragazze nei primi sedili parlano sottovoce di sesso. Io sono circa a metà. Come sovente accade, il sedile di fianco al mio è vuoto. La cosa non mi addolora più di tanto. Di solito se qualcuno mi siede accanto è per sfottermi.
Sono assorto a guardare i tralicci della luce che scivolano all’indietro come tachimetri impazziti. Lontano, il sole incendia batuffoli di nuvole. In mano stringo un walkman Sony e in testa ho delle cuffie che funzionano male. Si sente un orecchio solo. Allora arrotolo il filo attorno al bracciolo davanti e trovo una posizione in cui si sentono entrambe le cuffie. Cerco di rimanere fermo, ma pochi minuti più tardi un paio di scariche mi fanno sobbalzare e poi va via l'audio dall’altra parte. Sono daccapo.
Qualcuno si siede. E’ un tizio dell’altra sezione che dovrebbe chiamarsi Stefano. Mi domanda che cosa ascolto.
“Pink floyd. The wall” e gli porgo le cuffie.
Alza la mano. “Naaah. Conosco, conosco”.
Mi rimetto in testa le cuffie.
“Ti piacciono i Pink floyd?”
Fa lo stesso gesto di prima. “Bah, roba da quattordicenni. Io ascolto altro”.
Le cuffie si sentono entrambe, ora, e sta per cominciare l'arpeggio di Is there anybody out there?
Il tizio che potrebbe chiamarsi Stefano incalza. ” Non vuoi sapere che cosa ascolto io?”
In realtà no. “Che cosa ascolti?”, domando comunque.
“Ultimamente sto riscoprendo Lou Reed. Conosci Lou Reed?”.
Io non conosco Lou Reed. Per un attimo penso di dirglielo, che non lo conosco, e che non m’interessa conoscerlo. E penso di dirgli anche che i Pink floyd non sono affatto roba da quattordicenni, no, e che anche se fossero roba da quattordicenni noi ne abbiamo sedici appena compiuti e quindi non è poi così grave ascoltare roba da quattordicenni alla nostra età, e vorrei dirgli infine che quando sarò vecchio e ne avrò quaranta, di anni, magari i miei gusti saranno cambiati, ma stai sicuro che The wall dei Pink floyd sarò ancora lì che lo ascolto.
Vorrei dirgli tutto questo, al tizio che potrebbe chiamarsi Stefano, ma le cuffie si sentono entrambe, ora, e l’arpeggio di Is there anybody out there? è proprio nel suo culmine.
Decido di starmene zitto.
Quando l’arpeggio termina mi giro verso di lui.
Il sedile è vuoto.
Il tizio è seduto tre posti davanti. Sta parlando di Lou Reed con una mia compagna di classe molto carina.

Be’, ora che i miei quaranta rintocchi stanno per scoccare posso confermare a ragion veduta che non ho mai smesso di ascoltare The wall. Mi conforta il fatto di essere in buona compagnia, giacché pure il caro vecchio Roger Waters in questi anni si è occupato della faccenda con cadenza ciclica: il tour nel 1980, la kermesse di Berlino nel 1990, il live Is there anybody out there? nel 2000 e infine questo The wall live 2010/2011.

L’intenzione da parte dell’autore di sorprendere lo spettatore è palese dal primo momento in cui metto piede nel parterre: il palco è imponente e si inerpica su per le gradinate fino al culmine ad occupare un intero lato del Forum. Al contempo, è altrettanto evidente l’incapacità di Waters di rinnovarsi, se non ripercorrendo ancora una volta le stesse strade seppur in maniera più plateale. La costruzione del muro si sviluppa come da copione, nei modi noti a chi ha familiarità con questo spettacolo. Poche le sorprese: su tutte la “duplice” Mother (uno dei momenti migliori dello show); fichissimo e pacchianissimo il maialone teleguidato; si contano un paio di pupazzi gonfiabili in più. Molte delle novità sono didascaliche (i bambini che ballano durante l’assolo di Another brick in the wall pt. 2; la mitraglietta che Roger usa in In the flesh per mimare una raffica verso il pubblico rappresenta forse il disprezzo di Pink nei confronti del medesimo?; “Ehi, ho un’idea geniale: che ne dite se durante Young lust proiettiamo sul muro un paio di tette che sballonzolano?”) e in talvolta sconcertanti (perché pasticciare una ulteriore connotazione pacifista del muro? A proposito: nell’animazione di Goodbye blue sky gli aerei sganciano, al posto delle bombe, simboli arcinoti come la falce e il martello, la esse del dollaro, la conchiglia della Shell, la mezzaluna, la stella di David. Il significato è di elementare comprensione. Ma avrei una domanda: dov’è la svastica nazista? Mera dimenticanza o c’è una spiegazione?)
Stritolati tra i mattoni del muro e irrorati da proiezioni incalzanti e luci al laser i suoni della band risultano artefatti così come i frequenti playback di Waters. Perfetto, una volta tanto, il missaggio sonoro. A tratti ridicola la presenza scenica del buon Roger, esemplare per goffaggine e assenza di carisma.
Andate a vedere The wall live, sicuro, ma non perdete tempo a cercarci dentro ciò che non c’è. Semplicemente godetevi lo spettacolo.
Così non resterete delusi.

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