Sono anni ormai che temo l’arrivo del 31 dicembre.
Vengo fagocitato da una sorta di ansia da prestazione.
E ovviamente il fallimento è alle porte.
Mica come quando ero bimbo che si compravano i petardi, a mezzanotte si faceva saltare in aria qualche cassetta della posta, e la felicità era forte come l’odore dello zolfo, o come le legnate in arrivo se ti beccavano. Ora si è grandi, bisogna organizzasi, non si è più diretti dal caso come in passato. Tutti lo hanno già fatto tranne qualche reietto della società che ancora, come me, non sa cosa fare. Mine vaganti in cerca di un posto qualsiasi dove esplodere.

Dove? Con chi? Perché proprio lì?
È ansia.

Si annusano qua e là le opportunità offerte. Si sente nell’aria la bramosia di un giorno indimenticabile, che porta alcuni a migrare, a festeggiare nelle piazze, che più sono lontane e meglio è. Capodanno a New York, a Parigi e Londra, le capitali della festa pirotecnica: dodici gradi sottozero e temporanea paralisi del testicolo destro che impedirà quella copulazione che tanto viene auspicata proprio nell’ultima notte dell’anno. Altri festeggiano in favolose località esotiche dal clima tropicale, col cubalibre al posto dello spumante e l’ananas al posto del panettone. Tornano abbronzati, ancora in ciabatte, e non si ricordano se hanno festeggiato Ferragosto o l’ultimo dell’anno. San Lorenzo o San Silvestro.

Tutti vogliono qualcosa da raccontare. Questa è la realtà.

Anche chi dice che tanto non gliene frega niente, mente. Tutti vogliono qualcosa di memorabile, la parola d’ordine è: “speciale”.

La mia, invece, è la politica della “normalità”. Perlopiù è vista come un ripiego. Ma io l’adoro la normalità. Serve una tavola imbandita di tre cose essenziali: gli amici per avere qualcuno con cui brindare. Il torrone, per rompere la prima capsula dentale del nuovo anno. Il vino, per avere qualcosa con cui brindare e per sentire meno dolore possibile durante la rottura della capsula. Serve un buon cuoco. Va beh, ci si accontenta, ma per favore non scendiamo troppo sotto la soglia della commestibilità, e niente piatti di plastica, passino i tovaglioli di carta, però le forchette di metallo.

Serve qualcuno che fa il conto alla rovescia, meno tre, meno due, meno uno, stappa la bottiglia di uno spumante inclassificabile, non prima di aver finto di colpire un presente col tappo; poi grida “eeeehhhh” e comincia a dare baci a destra e sinistra augurando buon anno, facendo auspicii sibillini. Allora c’è chi si sente autorizzato a gesti volgari ma apotropaici, tipo toccarsi gli attributi.
Serve un televisore sintonizzato su una trasmissione condotta da un manipolo di idioti che cerca invano di trasmettere allegria.
Serve qualcuno che dice di andare sul terrazzo a vedere i botti. Lo faccio volentieri perché alcuni spendono una fortuna in petardi e bisogna gratificarli; hanno un arsenale potenzialmente bellico: razzi terra-aria, aria-aria, ma soprattutto i temibili terrazzo-terrazzo, perché nel casino generale è l’occasione buona per vendicarsi dei vicini.
Serve un camino e qualcuno in grado di accenderlo e mantenerlo acceso.
Serve qualcuno che, a una cert’ora, propone di giocare a monopoli. Ma, i presenti, nella migliore delle ipotesi hanno ancora mezza palpebra aperta, nella peggiore sono riversi in gravi condizioni sul tappeto.
Serve allora qualcuno che, con veemenza, in un momento di lucidità, rialza l’altra palpebra e manda quel qualcuno di cui sopra a evacuare il fardello intestinale che la cena gli ha procurato.
Serve qualcuno che comincia a russare in sottofondo, vicino al camino, a bocca aperta, e periodicamente dà un’alitata alcolica al fuoco per ravvivarlo.
Serve qualcuno che pone fine alla serata, c’è ancora qualche sopravvissuto?

Tutti in coma, e la mia ansia è ancora lì, dove sarò tra un anno a quest’ora?

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