Calexico – 14/11/2012, Estragon, Bologna
Per come me l’immagino io, la cittadina di Calexico è uno di quegli scenari da western ortodosso, alla John Ford per intenderci. C’è una strada polverosa, il drugstore, di fianco il saloon con le porte sventolanti, una carrozza, il becchino vestito di nero e il cartello col numero degli abitanti scritto e cancellato col pennello numerose volte, qualche rotolo di salsola sospinto nolentemente dal vento. Ecco che il famigerato pistolero scende da cavallo. E’ giunto in città, annunciato dalla sua ombra, più lunga a ogni passo. La faccia nel vento, il ferro nel braccio. Si guarda d’intorno con occhi di ghiaccio. Le canne delle pistole sono ancora fumanti. La gente si rifugia timorosa nelle case, occhi che sbirciano dietro le persiane. Rumore di ferraglia. Le porte del saloon sventagliano di nuovo. Il barista tira fuori un bicchiere e ci versa dentro del torcibudella. Il pianista appoggia le dita tremanti sul piano scordato e comincia a suonare The entertainer.
Il pistolero butta giù il torcibudella, afferra il barista per il bavero e gli alita in faccia: “Dove cazzo è il cub Med?” (*)
Per come la vedo io, il suono dei Calexico è da sempre una miscela eterodossa di sonorità intriganti e allusive. Emanano da un canovaccio squisitamente tex-mex suggestioni che definire etniche sarebbe riduttivo. C’è Morricone, innanzi tutto, e c’è molto rock del midwest, a tratti appensantito con sfumature southern o alleggerito alla cajun, una consistente eredità di latin-jazz, c’è la ballad springsteeniana, perché no, qualche sporadico eco progressive e una gran voglia, un giorno o quell’altro, di scrivere una bella cazzo di Atom heart mother da venti minuti, magari un po’ più strombettante.
Ieri sera nel suono dei Calexico c’era tutto questo, e forse di più. Forse troppo di più. Perché quell’inconfondibile Calexico-sound che la band altrove ha ricreato con sublime incertezza ieri sera tracimava dal palco. Strabordava negli arrangiamenti certamente più consapevoli ma di fatto manieristici; nei solo compiaciuti, nelle melodie delineate con una cura impeccabile.
A volte però il rock è qualcosa di più di una bella canzone suonata impeccabilmente da una band iperconsapevole. Sì. Qualcosa di più. A volte il rock è un pezzo di rumore che vibra generato da un tale che non ha la minima idea di cosa cazzo sta facendo.
Nei film di John Ford non ci sono pistoleri che chiedono all’oste dove sta il villaggio turistico. E nei concerti dei Calexico non dovrebbero esserci persone che fanno il trenino sulle note di qualunquistiche salse portoricane che fanno pim-piripim e ripetono fuego-fuego/candelo-candelo (**).
(*) L’illustrazione, come sempre, è di Wacky Racer 1
(**) A onor del vero la canzone si intitola Guero canelo. Secondo Wikipedia è un ristorante di Tucson, Arizona. I Wacky racers non l’hanno apprezzata in ogni caso.
