Anche stavolta il momento fatidico è arrivato, improrogabile e puntuale allo scadere di ogni bimestre: “L'appuntamento dalla parrucchiera”. Come sempre ho cercato il più possibile di rimandare la data della tortura ma l'indomabile casco di banane che ormai grava sulla mia testa lascia intendere che è giunta l'ora di darci un taglio. Per non parlare del colore; quelli che in origine erano dei naturali e brillanti colpi di sole, ora si presentano come ciocche tinta giallo paglierino che persino uno spaventapasseri a confronto farebbe una figura migliore. Il desiderio di ritornare ad essere presentabile mi ha così spinto ad impugnare il telefono per fissare un appuntamento. Ogni volta cerco di convincermi che andare dal coiffeur sia un momento rilassante per distrarsi dalle fatiche quotidiane e farsi coccolare tra profumi fruttati di shampoo e creme; insomma, un semplice gesto di vanità. Tutta un'illusione! Non appartenendo né alla schiera delle casalinghe né a quella delle pensionate, l'unico giorno utile per il supplizio risulta essere il sabato. E qui iniziano i problemi: devo fare i conti con la signora sessantenne che il fine settimana vuole sfoggiare un'acconciatura impeccabile per la serata di liscio, con la ragazzina al suo primo appuntamento amoroso che deve stupire il suo principe azzurro con effetti speciali, con la sposa di turno che ha già occupato mezza giornata per farsi fare un'impalcatura stile impero con mille roselline e altrettanti litri di lacca. Mi accontento dell'orario più infelice; d'altronde è l'unico rimasto: le 13.30. Mi bastano cinque minuti di ritardo che già vengo superata dalla cliente modello, moglie di un noto imprenditore della zona, che solo perché veste Gucci e si pavoneggia ha di diritto la precedenza assoluta. In fondo le parrucchiere di provincia sono maestre di stile e di femminismi. Mantengo la calma; trovo la scusa di sfogliare una rivista e di arricchire la mia cultura di gossip. È finalmente il mio turno; vengo dotata di un elegante camice di carta stile grembiulino dell'asilo, che fatico ad allacciare e che tanto non basterà a ripararmi da quella macchia di acido che puntualmente mira l'unica zona dei vestiti rimasta scoperta. Mi accomodo al lavatesta ed ecco presentarsi ai miei occhi la scena che più temevo; ebbene sì, la giovane apprendista assunta da due giorni mi si avvicina garibaldina: sono stata selezionata per il suo primo lavaggio. Mi avvolge un asciugamano attorno al collo e per un pelo non rischia di soffocarmi con una manovra maldestra; poi, con una mossa più affine ad un lottatore di sumo, posiziona la mia testa sul lavatoio e gentilmente mi domanda se preferisco l'acqua calda o fredda. Mi stupisco di questa cortesia, che poco si confà ad una principiante, e rispondo che una via di mezzo sarebbe stata la cosa migliore. Errore gravissimo! Avrei dovuto giocarmi tutto sul freddo! L'inesperta pettinatrice, complice la tensione, non riesce a domare i rubinetti e mi scarica sulla cute un getto di acqua con temperatura da ebollizione. Soffro in silenzio, non mi sembra carino fare obiezioni fin da subito; in fondo è solo alla sua prima esperienza. Peccato che a questo piccolo inconveniente ne seguano altri. Quello che doveva essere uno shampoo si trasforma in una doccia completa; rischio di perdere l'udito per i litri di sapone finiti accidentalmente nelle mie orecchie; per finire ho la schiena adorabilmente inumidita da rigagnoli di acqua sfuggiti al controllo dello spruzzino. Calma. Forse il peggio è passato. Ora mi aspetta lei, la titolare del negozio, la donna alla cui creatività affidi la tua preziosa chioma. Ogni volta la cruciale domanda a cui non sai se opporre resistenza o fidarti nella speranza che sia la giornata buona: “Faccio io?”. Non paga del primo round con la giovane lavanderina, decido di voler sfidare la sorte anche con la moglie di Figaro. Coraggiosa rispondo sì; ogni tanto è piacevole sapere che qualcun altro sta scegliendo per te. Sono tranquilla, fiduciosa, mentre lei armeggia tra le mie ciocche bagnate. Cerca di distrarmi, porgendomi un malloppo di Novella 2000 che quasi non mi vedo più nello specchio. Osserva, taglia, sfoltisce. La mia normale posizione eretta non le consente di esprimersi al meglio; mi chiede di non accavallare le gambe, testa di fianco, in giù, ferma, indietro; nemmeno in un'ora di palestra ci si muove tanto. Siamo al tocco finale; la professionista del capello si isola dal chiacchiericcio, si concentra, si incita da sola. “Basta con questi capelli folti, lunghi! Basta con questi tagli da sfinge privi di forma! Ci vuole un po' di scalato, qualcosa di nuovo! Basta aver paura di osare!”. E ancora “Mia cara, vedrai che gioiellino! Sarai irresistibile!”. In breve mi convince che lei ha ragione e che il mio aspetto può, deve, migliorare. Già mi vedo, rinnovata, un taglio da far invidia alle amiche. Tra le sue mani la mia testa sembra perfetta. Ho ormai dimenticato le scene fantozziane di cui sono stata vittima poco prima. Non vedo l'ora di vedere il risultato finale, il dopo piega. Qualche colpo di spazzola, mezz'ora di phon e un centinaio di capelli strappati compresi nel prezzo. Sul pavimento i resti della battaglia, lo scalpo che, ahimè, non potrò più recuperare se non in un tupé. “Un po' di gel? È un antistatico, lisciante di ultima generazione, contro l'umidità, non appesantisce!”; come fai a dire di no ad un tale slogan pubblicitario? L'importante è che tra cinque minuti sarò fuori, bella come il sole, con il mio nuovo look. Voilà! Operazione conclusa! Finora il mio sguardo era rivolto allo specchio senza in realtà vedere nulla; solo all'udire la parola “finito” mi risveglio da quel torpore pensante e oso guardarmi. Con grande stupore, mi vedo perfetta; mi piaccio. Pago, serena; esco a testa alta e fiera dopo tre ore di tensione. Questa volta finalmente è andata bene; mi specchio nelle vetrine, mi sembra che tutti mi guardino. Ma è tutto un trucco. Ci sono cascata per l'ennesima volta in un eccesso di fiducia. Dopo un paio di giorni, al primo shampoo casalingo, la testa non è più come prima. Il taglio ha assunto una forma ingestibile. Ora non faccio altro che aspettare e pregare che i capelli crescano in fretta. Tempo due mesi per farmi fregare di nuovo.

← Attesa… un dolce brivido che accarezza la schiena
Notte dei Musei (20 maggio 2006) →