“Donnie Darko”: L’immagine spettrale dell’America

Premessa: il film “Donnie Darko” (2001) di Richard Kelly, già entrato nel mito, non mi ha entusiasmato. Non ne scrivo, dunque, sull’onda di un consenso incondizionato, per quanto siano da apprezzare la buona tecnica registica, l’impegno degli attori, l’originalità del progetto e il suo essere stato realizzato relativamente a basso costo (5 milioni di Dollari è considerato low budget per Hollywood, mentre alle nostre latitudini ci sarebbe da leccarsi i baffi per un finanziamento di questo tipo in campo cinematografico!).
“Donnie Darko” è un film furbetto almeno quanto coraggioso. Una prima considerazione può essere dedicata alla sua trama: qual è la storia? Un liceale che prevede la propria morte, la quale, ovviamente, coincide per lui con la fine del mondo? E come si giustificano il mostruoso coniglio Frank e gli strani e sospesi eventi che punteggiano i 28 giorni che separerebbero Donnie dalla sua dipartita? A livello narrativo, non tutti i nodi vengono al pettine, come se il regista rifiutasse una perfetta anularità della trama. I più spiegano il film come la rappresentazione di un universo parallelo: i 28 giorni al centro della narrazione sarebbero “ipotetici”, una parentesi possibile nella teoria del multiverso, “vissuta” dai personaggi che, a diverso titolo, erano in contatto con Donnie.
Ma, a prescindere dalle affascinanti spiegazioni fisiche, la vera domanda da porsi è: qual è la finalità di un film come “Donnie Darko”? Dove vuole andare a parare Richard Kelly?
Il film si sforza palesemente di sfuggire ai generi (come, seguendo la lezione dei fratelli Coen, fa ormai tanto cinema contemporaneo) pur di fatto attraversandoli un po’ tutti, e servendosi di alcuni di essi (in primis dello “school movie”, il film americano di adolescenti) per andare oltre, per rivelare aspetti che travalichino il genere stesso.
Prendendo a modello una tipica storia liceale, Kelly la riveste con una struttura “dark” (non è certo casuale il bizzarro cognome del protagonista) introdotta fin dall’inizio e ben sviluppata visivamente. Il countdown dei 28 giorni che separano Donnie dalla “fine del mondo” annunciatagli da Frank scandisce la tensione del film, che non ha dunque bisogno di narrare nulla, proteso com’è verso questo enigma finale, in una tensione escatologica che, per così dire, si regge da sola. Il film allora può prendersi la libertà di indugiare su un’apparente e sbandierata quotidianità nella messa in scena. I giovani protagonisti sono, volta a volta, alle prese con le lezioni anticonformiste della bella professoressa Pomeroy, o con le sparate moralisticheggianti degli insegnanti più retrogradi e dell’insopportabile predicatore Jim Cunningham (interpretato dal compianto Patrick Swayze), o con i problemi e le incomprensioni familiari e coi soliti bulli da Liceo che minacciano e intimidiscono. Un flusso di normalità, con lunghe inquadrature a loro modo anti-narrative, piuttosto illustrative. Scomodando nientemeno che “Barry Lyndon” (e sperando che Stanley da lassù non me ne voglia!) si potrebbe parlare anche per “Donnie Darko” di TEMPO FREQUENTATIVO, interrotto (o meglio: scandito) soltanto dall’inquietante countdown di cui si diceva.
Ora, occorre fare una piccola digressione. Esiste oggi, a mio avviso, una corrente di pensiero cinematografico che appunta il proprio interesse su quella che io chiamo RAPPRESENTAZIONE DEL VUOTO, ove per VUOTO non si intende il nulla, bensì semplicemente l’ordinario contrapposto allo stra-ordinario, il normale, il quotidiano, l’anti-narrativo. Un cinema opposto al cosiddetto “bigger than life”, per intenderci. Un cinema delle dimensioni della vita, almeno in apparenza. Se infatti in una concezione classica del cinema ogni scena deve necessariamente portare avanti l’azione e la trama, in quest’altra concezione ciò non è affatto garantito. Si deve parlare, perciò, di NARRAZIONE SPETTRALE.
Intendiamoci: “Donnie Darko” ha una trama, è anzi un film un po’ disonesto e ruffiano, visto quanto e come gioca sulle zone oscure della trama stessa. La sua spettralità risiede essenzialmente nella volontà di fornire un’immagine sintetico-critica di un ambiente, quello di una linda cittadina americana ai nostri giorni; ambiente che si fa ovviamente mise en abyme di un’intera Nazione, l’America, e forse più ancora di un TEMPO, l’oggi, incastrato tra la voglia di cedere ai sogni e alla fantasia e un neo-positivismo d’accatto che si incarna nello psicologismo sfrenato (si pensi al personaggio di Jim Cunningham).(*)
Tra le scene più riuscite del film ci sono, non a caso, le proteste del “diverso” Donnie contro questo assurdo sistema di valutazione e di analisi del mondo e degli individui. La scuola, lungi dall’esaltare le individualità, i talenti e la libertà di pensiero, è un luogo oppressivo o, peggio, omologante, nel quale bisogna allinearsi per non essere emarginati.
Il mondo pastellato descritto da Kelly con una certa arguzia trova in Donnie un giudice implacabile. Le azioni che egli compie obbedendo alla mefistofelica e vagamente lynciana figura di Frank, come dare fuoco alla casa del telepredicatore, sembrano dunque i rigurgiti inconsci di una società repressa e stupida, piena di falsi miti e incapace di confrontarsi col problema della morte. La violenza deriva dall’eccesso di virtualità, che fa apparire ogni azione rimediabile e mai eccessiva; e il pensiero New Age, oscillante tra gli onnicomprensivi estremi di ODIO e AMORE, non può instillare tranquillità e consapevolezza di sé, non può educare: può solo omogeneizzare. In questo senso, Kelly ci presenta un mondo apocalittico, di cui Frank prevede la fine entro 28 giorni. In questo senso, “Donnie Darko” racconta, per citare il grande Karl Kraus, i suoi personalissimi “ultimi giorni dell’umanità”, mostrandoci un mondo agonizzante sotto la patina smaltata che l’educazione sociale e scolastica non fa che passare e ripassare.
Insomma, a suo modo “Donnie Darko” mi pare un film di SATIRA nel senso proprio del termine: critica sociale, più che apologo morale.

Poc’anzi si parlava di TEMPO. Centro del film sembra essere il tempo presente, guardato e giudicato da quel personaggio “diacronico” (perché attraversa più tempi) che è Donnie. Le scene in cui egli conversa col professore di fisica circa la natura del Tempo e la possibilità di viaggiare in esso aprono sul film la prospettiva del “viaggio temporale”: forse Donnie sta vedendo/vivendo un futuro ipotetico. O forse dal futuro vede il presente. Il regista lascia nel dubbio lo spettatore su cosa sia REALMENTE accaduto (ma suvvia: oggi ha ancora senso dire “realmente”?).
Resta dunque la visione spettrale gettata su cose e persone, il coraggio di provare a filmare il vuoto, il ripetersi degli eventi, sempre uguale e a volte privo di significato. Più che un film di trama, “Donnie Darko” è allora un film di situazione, una radiografia socio-culturale.
Mi rendo conto di apprezzare sempre di più i film che subiscono la “fascinazione del vuoto”, che sono cioè attratti dalla possibilità che offre il cinema di ritrarre fedelmente il reale DUPLICANDOLO il più esattamente possibile (“fotografia della fotografia della realtà”, avrebbe detto Kubrick) e facendone emergere, in questo modo, il carattere di SIMULACRO, di contenitore vuoto, di FANTASMA. Non è un’idea nuova, se già un certo Erich Von Stroheim, ricostruendo la piazza di Montecarlo a grandezza naturale per “Foolish Wives” (1921), proponeva la “metafora di una civiltà ridotta a simulacro di sé stessa” (Paolo Mereghetti).
Per mezzo del realismo – o, meglio, dell’iper-realismo – il cinema “duplica il reale per smascherarne l’ipocrisia e la meschinità” (di nuovo Paolo Mereghetti).
“Donnie Darko” non vola alto come “Foolish Wives”, e Richard Kelly non è Erich Von Stroheim. Ma la natura spettrale della sua struttura narrativa rimanda a questa volontà/possibilità del cinema di farsi duplicatore significante del reale, svelatore di meccanismi che solo dalla “fotografia della fotografia della realtà” possono emergere con chiarezza.
E il tentativo di elevare un sottogenere come lo “school movie” al rango di tragedia corale (bella la sequenza finale, che mostra tutti i personaggi nella fatale nottata nella quale il mondo dovrebbe finire) è perlomeno da apprezzare. Nel nome di un cinema che, anche e soprattutto dagli USA, si sforzi sempre di non essere solo “prodotto” ma anche “opera”.

(*) Va però detto che, come è facile arguire dalle discussioni tra il padre di Donnie e i figli, il film non è ambientato ai giorni nostri, o all’epoca della sua realizzazione, bensì un po’ prima, alla fine degli anni Ottanta, durante il duello per la Casa Bianca tra Bush senior e Dukakis.

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