Cristiano De André 25/7/2009 – Parma, cortile della Pilotta

Salgo in bici e guardo l’orologio: le nove e un quarto. Urca, devo affrettarmi.
Quando nell’ottantanove vidi i Pink floyd, a Verona, fu una delusione. Mancava Waters, e questo era piuttosto grave, ma perlomeno c’erano gli altri tre. In persona. I grandi Pink floyd erano lì, dal vivo, a suonare per me. Beh, per me e per altri cinquantamila. Mason, il batterista, era affiancato da un altro batterista. A parte sventolare delle bacchette fiammeggianti nell’intro di Yet another movie, Mason non fece molto. Il resto del lavoro spettò all’altro batterista. E c’era Wright, pace all’anima sua, che muoveva le dita su e giù e annuiva ispirato, ma era il secondo tastierista a suonare davvero. Gilmour, per lo meno, suonava lui. L’anno scorso andai fino a Brescia per vedermi gli Australian Pink floyd experience. Una fottuta cover band. Eseguirono per intero la performance di The wall. In un certo numero di occasioni mi si drizzarono i peli: What shall we do now? e One of my turns tra tutte. Parliamo di una volgarissima cover band.
Venerdì scorso ero a Casalmaggiore, spaparanzato nel prato, a bere della birra spinata col sedere e ascoltarmi distrattamente il concerto di Steve Hackett, una leggenda del chitarrismo mondiale. Sull’attacco di piano di Firth of fifth balzai in piedi. Fu un gesto istintivo. Firth of fifth è un pezzo così pazzesco che farebbe la sua figura persino se lo suonassimo io, Fabio e Gualandri, con la sorellina di Sara guest star al flauto dolce. L’esecuzione fu men che mediocre: una prog band locale di second’ordine, tipo. Ed era Steve Hackett, dìobono. Ricordo che lo stesso pezzo eseguito dai Musical box l’anno precedente mi aveva deliziato.
O Perfect strangers. Grandiosa la versione proposta live dai Rainbow in quel barattolo del Palalido, scialba l’esecuzione dei Deep purple al Forum, pochi mesi dopo.
C’è questo increscioso equivoco nel rock, anzi, nella musica popolare in generale. Di credere che la canzone è originale soltanto se la esegue l’autore. Che poi, autore di cosa? L’autore dei testi? Delle musiche? Una questione che non si pone in altre forme musicali quali il jazz (dove la cover è anzi nobilitata e prende il nome di standard), il blues o il folk. E nessuno dopo 1791 ha mai trovato da ridire se succede che una sonata di Mozart viene eseguita da un pianista diverso da Mozart stesso. Ronnie James Dio veniva fischiato ogni singola volta che partiva Paranoid o Iron man. Ecco perché era diventato così nervoso nei Black sabbath. Lo fischiarono anche a Milano nel novantanove quando cantò Smoke on the water assieme ai Deep purple. Oh, confesso che anche a me viene voglia di fischiare Ronnie James Dio ogni volta che me lo vedo davanti. Per via del suo aspetto. Ma riesco a trattenermi.
E avrei una domanda: per quale ragione l’altra sera nessuno ha fischiato Patti Smith mentre cantava Because the night?
Assorto in queste considerazioni da tre lire, pedalo vigorosamente alla volta del giardino della Pilotta, dove sta per iniziare il concerto di Cristiano De André. L’idea sarebbe di trarne un ragionamento possibilmente arguto da scrivere, magari, in una qualche recensione. Un ragionamento bello tosto riguardo la dicotomia artista / opera d’arte. Ma finisco coll’insabbiarmi. E poi il concerto sta per iniziare. Decido di lasciar perdere.
Parcheggio la bici e compero un biglietto in zona poveri diavoli.
Sono l’ultimo là nell’angolo, di fianco a cinque vecchie babbione che chiamaremo per comodità Vecchia Babbiona n. 1, Vecchia Babbiona n. 2, n.3, n.4 e n.5.
Ho anche una certa sete. Mi farei volentieri una birra. Guardo il chiosco laggiù. Mi figuro una bella bottiglietta di Tourtel gelata, da sei Euro. Mi passa la sete.
Inizia il concerto.
Dopo qualche minuto la Vecchia Babbiona n.1 mi picchia la spalla.
“Senta, scusi…”
“Sì?”
Ha un alito tremendo che sa di porro e dentiera.
“In che lingua sta cantando secondo lei? In inglese?”
“No, signora. E’ dialetto genovese”.
“Ma canterà anche delle canzoni di suo padre, secondo lei?”
“Questa è una canzone di suo padre. Si chiama Megu megùn. Parla di un medico di paese con pochi scrupoli”.
La Vecchia Babbiona n.1 mi ringrazia e sussurra qualcosa nell’orecchio della Vecchia Babbiona n.2. Questa, a sua volta, bisbiglia con la Vecchia Babbiona n.3 che riferisce alla n.4 che parlotta con la n.5.
Al secondo brano la Vecchia Babbiona n. 1 mi chiama di nuovo.
“Sì?”
“E questa qui?”
“Cosa?”
“Di cosa parla, questa qui?”
“Questa parla di una ricetta di cucina”.
La Vecchia Babbiona n.1 mi guarda perplesso per qualche istante, poi parla alla n.2. La catena si spezza alla n.4, che nel mentre si è appisolata.
Cinque minuti dopo: “Senta…”
La guardo storto. “Ffff. Questa s’intitola Ho visto Nina volare. Nina è un’ape, e la canzone parla di una vecchina che mastica il miele per dividerlo dalla cera. OK?”
“Ooooh – fa lei meravigliata – Ma è di De André pure questa?”
“Di Fabrizio, sì. Pure questa”.
La vecchia fa partire il consueto passaparola.
Pochi minuti e di nuovo mi chiama.
Don Raffaè, signora. De André racconta la relazione di reciproca necessità che si instaura tra Raffaele Cutolo, il padrino della Camorra, e il suo secondino”.
La Vecchia Babbiona n.1 aggrotta le sopracciglia, poi riferisce diligentemente alla n.2. Nei minuti a seguire le cinque babbione parlamentano animatamente.
Alla fine mi tira il braccio. “Guardi che non è mica possibile, sa? Lei si sbaglia. Sì, sì. De André non è mai stato in prigione. L’hanno rapito, una volta, questo sì, ma non era mica colpa sua. No, no. Lei si sbaglia di sicuro”. Mi lancia un’occhiata severa. Allargo le braccia. Ai suoi occhi ho perduto tutta la mia credibilità.
“Forse così lasci lì di spiaccicarmi i maroni”, penso.
Per il resto del tempo, la Vecchia Babbiona n.1 mi sta alla larga.
Frattanto il concerto prosegue. Cristiano alterna brevi aneddoti personali alle canzoni del padre. Questo progetto, spiega, nasce dalla necessità di un confronto con Fabrizio attraverso quelle canzoni che per lui, Cristiano, prima bambino poi ragazzino, infine uomo adulto, hanno determinato momenti di vita significativi.
Due ore dopo il concerto termina, com’è doveroso, con Il pescatore.
Beh, sapete? Gran concerto. Sì. Bravo. Ottima scaletta. Cristiano ha ben interpretato con quella voce calda che gli arriva dai geni canterini del padre, senza mai commettere il facile errore di cadere nell’imitazione. Azzeccati gli arrangiamenti, nella maggioranza dei casi costruiti a partire dalle versioni live già proposte dal padre. Un’eccezione: l’energico blues reinventato sulle note di Quello che non ho. Tra i tanti momenti emozionanti, peli dritti per Amico fragile, un brano che per qualche misteriosa ragione raggiunge il cervello non attraverso le orecchie, come gli altri, ma tramite certe terminazioni nervose sottocutanee.
Faccio ritorno a casa, pedalando stancamente. Ricomincio a pensare.
Penso che Fabrizio De André ha scritto canzoni destinate a diventare immortali. E penso che non saranno i cd rimasterizzati in digitale, le raccolte coi libretti pieni di foto e i cofanetti deluxe edition da quattrocento sacchi. No. Non saranno gli originali. A rendere immortali questo pugno di canzoni meravigliose saranno le cover, le copie, le contraffazioni, i falsi. Saranno i cd misti, le cassette registrate, gli mp3 negli ipod, saranno i giovani con la chitarra seduti in circolo davanti a un fuoco. Saranno Massimo Bubola, Mauro Pagani, la PFM e tutti coloro che, come Cristiano, troveranno il coraggio – e, perché no?, anche l’astuzia – di salire su un palco e confrontarvisi, mettendoci la propria voce, la propria grinta, mettendoci la faccia, la loro faccia. Sì, sì.

Setlist
Megu megùn
A çimma
Don Raffaè
Cose che dimentico
Se ti tagliassero a pezzetti
Smisurata preghiera
Verranno a chiederti del nostro amore
Oceano
Andrea
La cattiva strada
Un giudice
Creuza de mä
Amico fragile
La canzone di Marinella
Quello che non ho
Fiume Sand Creek
Dietro la porta (encore)
Zirichiltagghia (encore)
Il pescatore (encore)

← Lattuga
A occhi chiusi →