Milano – Idroscalo – 03.06.2007

Estraggo dallo zaino del Maino un altro sacchetto di plastica e lo appoggio cautamente per terra, nel fango. Inclino la testa di lato e col palmo della mano mi picchio la tempia ripetute volte nell’intento di far fuoriuscire dall’orecchio non tanto l’acqua accumulata nella giornata di ieri quanto soprattutto i sessantaquattro milioni di semibiscrome che ci hanno conficcato dentro i Dream Theater. Un concerto speciale nelle promettenti parole di LaBrie: stasera i DT suoneranno integralmente il loro Images and words. Non sono nuovi ad exploit di questo genere: qualche annetto addietro salirono sul palco di non so quale festival rock ed eseguirono interamente Master of puppets, il capolavoro dei Metallica, tra lo sconcerto generale. Senza entrare troppo nel merito, semplicemente sentitevi il bootleg e a seguire l’album originale: scambierete i Metallica per la cover band e i DT per i Metallica.
Sono in tanti a non apprezzare la ridondanza, la prolissità e i virtuosismi-per-forza di questa controversa band: come tutti i grandi, i DT hanno molti nemici in giro. In effetti, Images and words a parte, io stesso devo sforzarmi per ascoltare un loro album tutto di fila. Ma su una cosa concordano tanto i fan quanto i detrattori: dal vivo sono sbalorditivi. Perché? E’ molto semplice: i DT sono semplicemente la band più dotata tecnicamente del pianeta.
E hanno appena finito di suonare.
Mi guardo attorno. Nel cielo limpido il sole picchia senza tregua nonostante il pomeriggio inoltrato: ho le braccia rosse come aragoste. Soltanto ieri in questo medesimo luogo ha piovuto per dieci ore incessantemente, o quasi. Tutt’attorno un’infinita distesa di fango, un coacervo marrone rigurgitante bicchieri di plastica, cicche, volantini di qualche imminente festival black-metal in Slovenia, bottigliette, pezzi di salsiccia, cartacce varie. Un intenso afrore di cadavere che pare emanare direttamente dall’inferno. Una miliardata di anni fa da una specie di maxipozzangherona di similmerda analoga a questa scoccò fortunosamente la scintilla della vita. Nel pomeriggio di oggi, in questo escrementizio brodo primordiale, si saranno sviluppate almeno un centomigliaio di nuovi organismi monocellulari; il 30 giugno, per Ozzy, se siamo fortunati, vedremo emergere i primi ardimentosi gasteropodi.
Aaaahh… mi passo una mano sul collo e l’altra sui lombi: sono incriccato ovunque, starnutisco, scatarro. Rumoreggio – io da solo – quanto un intero reparto infettivi.
Perdipiù le orecchie fischiano come bollitori.
Un ricordo affiora dal passato- Giusto tre giorni fa erano vent’anni dal mio primo concerto: 30 maggio 1987, Sting, …Nothing like the sun tour, Modena. Lo stesso fango di oggi, diverso entusiasmo, molti ma molti meno acciacchi.
Là in fondo un crocchio di ragazzine dall’abbigliamento indescrivibile che saltellano scalze e scarmigliate, gridano, si abbracciano l’una con l’altra. Ad ogni balzo affondano fino al tallone. Inarrestabili. Avranno si e no diciott’anni. Viste da qui sprigionano più energia loro di un’intera centrale termoelettrica. Questo posto, questo momento, per loro, è il paradiso, o qualcosa del genere. Le sbircio con tutto l’odio di cui sono capace. Un momento, a chi voglio darla a bere? Altro che odio: si tratta di banale, sincera invidia.
Ripenso a questa lunga giornata trascorsa qui dentro ad arrostirmi gli avambracci e deflorarmi i timpani. Agli Anathema, le cui numerose suggestioni elettroniche, fin new wave, hanno rappresentato la sorpresa più gradita; ai Symphony X, quaranta minuti di power metal senza un briciolo di cervello – degli “zappatori occasionalmente saliti su un palco” come li ha giustamente definiti il Maino; ai Porcupine Tree… eeh magari… hanno tirato pacco ‘sti maledetti, al loro posto i trascurabili Dark tranquillity, sonorità a metà tra death metal trito e dozzinale goth; ai Dimmu Borgir, Dio! Ma come diamine sono conciati? Nessuna acrimonia nei confronti del black metal, per carità, ma cosa darei per prenderne uno a caso e schiaffarlo forte contro un albero: hanno così tante borchie addosso che sicuro quello ci rimane attaccato; infine ai teutonicissimi Blind Guardian, tutto sommato gradevoli nel loro ostinato essere o-così-o-niente. E poi il maremoto sonoro dei Dream Theater.
E fra pochissimo saliranno sul palco gli Heaven and Hell, vale a dire i Black Sabbath nella formazione con Ronnie James Dio.
E mentre gli ultimi raggi di sole filtrano benevoli tra gli alberi donandomi finalmente quell’effimero sollievo che vado cercando grosso modo dalle 12 di quest’oggi, mentre lo sguardo vagola soffermandosi sul duemilionesimo culo che mi sfila davanti, mentre la calca di persone mi circonda sciaguattando nel fango prodiga di entusiasmo e schizzi melmosi, mentre tutto questo – e non solo – mi danza attorno al cervello in un caleidoscopio di sensazioni, mi sovviene improvvisamente un pensiero semplice, banale, di poco conto: sto aspettando questo concerto quindici anni. Eh sì: quindici tondi. Una vita.
Ragazzi, è ora. Mi isso faticosamente in piedi, raccolgo le mie carabattole, mi accendo una sigaretta e plotch-plotch, mi incammino verso il palco.
S’inizia fra meno di cinque minuti. Sono emozionato. Era un po’ che non mi capitava, per un concerto.

Le foto del concerto

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