“No, no e poi no!” sbraitai, e intanto menavo i pugni nell’aria, come avessi sotto una scrivania, e degli oggetti da sbalzare.
“Eddài, Albi, ci tengo tantissimo”.
“E’ una stupidaggine. Una stupidaggine enorme. E lo sai”.
“Albi…”
“Senti, senti qua”. Accesi lo stereo e lo sintonizzai su Isoradio. C’era un tizio che annunciava “Ventisette chilomentri di coda tra Parma e Reggio Emilia. Code a tratti tra Milano e Parma”. Diceva proprio così. Ventisette chilometri di coda tra Parma e Reggio.
“Visto? Che ti avevo detto?”
“Albi, ti prego. E’ la cosa che desidero di più”.
“Addirittura la cosa che desideri di più?”, miagolai.
Un sospiro paziente. “Alberto, la cosa che desidero di più è la pace nel mondo e la fratellanza tra i popoli, OK? Ma posso fare ben poco a riguardo, perlomeno questo pomeriggio. Ciò che posso fare, invece, questo pomeriggio…”. Manuela mi fece un gran sorriso. Nella mia testa cominciò a germinare l’idea vaga di come sarebbe andata a finire la faccenda.
“Ma è impossibile, ti dico. Hai sentito anche tu. Ventisette chilomentri di coda. Io lo esaudirei anche, il tuo desiderio. Ma come faccio? Eh? Dimmelo tu, come faccio?”
“Se davvero hai in mente di esaudire il mio desiderio allora sta a te inventarti come fare. Dovrò mica dirtelo io. Io voglio soltanto che mi accontenti. Punto”.
“Ma che discorso è!”, alzai la voce. “Ma senti che razza di discorso! Ah, è facile così. Comoda. Davvero comoda”.
“Guarda che vale altrettanto per me, che ti credi?”
“Cosa vorresti dire?”
“Io ti ho mai domandato come devo fare per soddisfare i tuoi desideri?”
“Che… cosa?”
“Ho chiesto sei ti sei mai dovuto preoccupare di spiegarmi come soddisfare i tuoi desideri. La risposta è no. Vuoi una dimostrazione?”
Incrociai le braccia sul petto. “Ah, si capisce!”
“Seguimi di sopra”. Manuela s’incamminò su per le scale. Ogni tre gradini si levava un indumento e lo faceva volare in aria.
Spensi la radio e mi affrettai a seguirla.
“Allora, sbrigati! Ti vuoi muovere sì o no?”
Manuela uscì di casa saltellando, con le scarpe slacciate. “Sì, sì”.
Chiusi la porta e m’incamminai lungo il viottolo. Camminavo veloce e muovevo le braccia avanti e indietro come un maratoneta.
“Si può sapere che fretta hai?”
“Non c’è tempo da perdere. Muoviti”.
“Ma dove diavolo stiamo andando?”
“Zitta e pedala. Hai detto che dovevo pensarci io? Bene. Ci sto pensando”.
Mezz’ora più tardi ci imbarcammo sul Milano-Bologna delle diciannove e qualcosa. Il treno era pieno all’inverosimile. Trovammo spazio nell’interstizio che collegava l’ultimo vagone al penultimo, disturbando due tizi che smisero di sbaciucchiarsi.
Fu così che evitammo i ventisette chilometri di coda.
E il controllore.
Il Campo Volo di Reggio Emilia non distava molto dalla stazione. Qualche centinaio di metri. Giunti a destinazione comperammo due biglietti ed entrammo nell’arena.
L’arena era grande quanto quattro campi da calcio messi di fianco. Su un lato c’era un palco imponente con due maxischermi ai lati e, sul diametro opposto, un altro palco di poco più piccolo. In mezzo, era in corso un improponibile match all’ultima goccia di sudore tra duecentomila spettatori che rumoreggiavano, fumavano, bevevano birra, ruttavano.
“Madonnasanta”, esclamai. “Qua mi sa che se va bene riusciremo a intravedere qualcosa nel maxischermo. Ehi, Manu, torna qui. Vorrai mica infilarti nella calca?”
“Quello che vuoi tu, Albi. Oh, come sono felice!”
“Vieni con me”. La presi per mano.
Ordinammo due birre al chiosco e finimmo per sederci in terra, le gambe incrociate, nella terra di nessuno. Eravamo ad almeno cento metri da ciascuno dei due palchi più grandi. Dappertutto, però, c’erano dei pali con delle casse. Ne indicai uno. “Non vedremo un tubo, ma sentiremo perfettamente anche da qui”, sentenziai. Mi accesi una sigaretta.
Manuela faceva sì, sì con la testa. Frizzava come una bottiglietta di Perrier.
Si avvicinò un tale.
“Scusa…”
“Sì?”
“Non è che per caso avresti una sigaretta?”
Lo guardai. Indossava un buffo giubbotto arancione di plastica con scritto sopra STAFF.
Infilai una mano in tasca. “Lasciami indovinare”, dissi, “sei qua da stamattina alle otto e hai finito le paglie da sei ore”.
Il tizio guardò in alto “Magari le otto”.
Nel pacchetto che estrassi dalla tasca c’erano solo cinque sigarette. Glielo allungai. Lui ne prese una.
“Piglialo pure tutto. Così dovresti sopravvivere almeno fino a mezzanotte”. Gli feci l’occhiolino.
“E tu?”
“Ne ho un altro pieno”.
Il tizio prese il pacchetto, estrasse una sigaretta, la accese e fece un lungo tiro. Poi mi ringraziò e se ne andò.
Mi rimisi a parlare con Manuela.
“Scusa?”
“Sì?”
Era il tipo di prima.
“Ho pensato una cosa”. Tirò fuori due striscioline di plastica rossa. “Li vedi questi? Sono due braccialetti. Con questi al polso teoricamente potete arrivare nell’aera dedicata ai fan club, davanti al palco”.
Gli occhi di Manuela si accesero come due retronebbia.
“Perché teoricamente?”
“Be’, per arrivarci devi passare in mezzo a quell’oceano di gente”.
Il tizio ci legò attorno al polso i braccialetti. “Buona fortuna”, disse. E se ne andò nuovamente.
Guardai l’ora. Erano le nove meno un quarto. Il concerto iniziava alle nove e un quarto. Trenta minuti per fendere una folla di duecentomila persone. Improponibile.
“Manu, il tizio è stato davvero gentile, ma io lascerei perdere. Manu?”
Alzai gli occhi. Manuela era avanti trenta metri. Stava sgomitando con qualcuno. “Albi, muoviti che non mi voglio perdere l’inizio!”

Il computo finale dei danni fu di media entità. Una decina di gomitate, qualche pestone. Mi doleva soprattutto l’alluce destro. Un tizio mi aveva assestato intenzionalmente un pugno nelle reni e qualcuno mi aveva rifilato una sberla sull’orecchio così forte che ancora fischiava. Manuela era altrettanto malridotta. Ma avevamo raggiunto lo scopo. Eravamo a una decina di metri dal palco. Mancavano cinque minuti all’inizio del concerto. Dietro di noi, il rombo della folla cresceva costantemente.
Le luci si spensero.
Il concerto stava per iniziare.
Un lampo accecante.
Poi improvvisamente il silenzio.
Ma che…
Ma che diavolo…
Il monitor si è fulminato e il computer ora giace inerte sotto le mie dita.
Una figura luminescente si è materializzata davanti alla libreria. E’ lattiginosa, e posso vederle attraverso.
“E tu chi accidenti saresti?”
“Non mi riconosci? Sono Gianluca”.
“Gianluca chi, Gianluca? Ne conoscerò almeno dieci, di Gianluca”.
“Di essi, quanti sono calvi?”
“Uhm… due. No, tre”.
“E quanti hanno recentemente dato alle stampe un saggio sul rock emiliano?”
“Morozzi!”
“In carne e ossa. Si fa per dire”.
“Morozzi porca puttana mi hai fulminato il PC. Stavo scrivendo una cosa e non avevo neanche salvato. Maledizione a te”.
“Non hai perso un granché. La tua recensione era mediocre”.
“Mediocre? Ma come ti permetti?”
“Sì, mediocre. Carina la parte iniziale, quella dei desideri. Mi gusta l’immagine della ragazza che sale la scala e in quel momento tu capisci che hai perso la partita. Meno bene l’episodio col tizio dello staff. Ma soprattutto, dov’è la recensione vera? Le tue impressioni del concerto? Le tue opinioni sulla scaletta? E i quattro palchi, il set unplugged, Mauro Pagani, le due band che chiudono il concerto suonando contemporaneamente. Dov’è tutto questo? La dedica alle vittime di New Orleans. Dov’è che parli della dedica alle vittime, eh? Dove?”
“Scusa, ma tu com’è che sai tutte ’ste cose? Tu manco c’eri quella volta al Campo Volo”.
“E l’analisi sociologica dell’avvenimento? Un bel giorno un rocchettaro di Correggio stabilisce il record europeo di persone a un singolo evento rock e tu non trovi di meglio che raccontare di come sei riuscito a intrufolarti in prima fila? L’analisi sociologica, mio caro. L’analisi sociologica”.
“Analisi sociologica. Pfui. Senti chi parla”.
“Guarda che il mio saggio aveva un taglio differente. Io quel capitolo neanche volevo scriverlo. E’ stato l’editore a insistere. L’editore, capisci? Che avresti fatto al mio posto?”
“Forse hai ragione”, concilio. “Dico, sulle mie recensioni”.
“Non sono vere recensioni. Una vera recensione prende per mano il lettore e lo conduce attraverso una sorta di esperienza quasi sensoriale. Le tue no. Tutt’al più strappi un sorriso qua e là”.
“Senti, dal momento che sei qua, non è che mi aiuteresti tu?”
“A far che?”
“Con gli aspetti sociologici”.
“Io? Non posso. Sono impegnato”.
“Eppure te ne stai qui a cazzeggiare e fulminare i computer dei tuoi amici”.
“Va bene, va bene, ti aiuto. Poniti una domanda semplice. Perché. Perché proprio qui in Emilia?”
Mi sfrego il mento come se dovesse scaturirne un genio a forma di idea.
“Per via… forse per via del carattere genuino degli emiliani…”
“Puah”.
“Allora è la politica, l’ideologia”.
Il fantasma di Morozzi fa una smorfia.
“O la cultura. Noi emiliani siamo sempre attenti alle novità culturali come il rock”.
“Novità culturale? Il rock? Ma se Mick Jagger c’ha settant’anni, fra poco”.
“Non lo so, senti. Proprio non lo so. Io so che qui la gente lavora, pensa, suona, vive, muore. Che la gente tira avanti, da queste parti, nonostante la nebbia sei mesi l’anno, nonostante la bruma, nonostante ci piova sempre, su questa stupida Autostrada del Sole, nonostante l’afa che si indossa come un accappatoio, altro che Daunbailò, altro che Mississippi, e queste zanzare che qui da noi si domano con seggiola e frusta altro che piretro. Ecco, io so che la gente di queste parti si gratta, si ama, prende il treno, litiga, si taglia le unghie, prega e bestemmia e tutti prima o poi ti raccontano la loro storia. Io so che qui… ehi, Morozzi, mi stai a sentire?”
Mi guardo intorno. Morozzi non c’è più.
In quell’istante s’illumina nuovamente il display del PC.

Racconto pubblicato su Parma qui del 17 luglio 2011

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