Living colour 20/11/2009 – Bologna, Estragon

Tutt’a un tratto viene scuro. Non puoi farci niente. E’ l’autunno, che anche quest’anno giunge puntuale come un acciacco. Le ragazze si coprono finalmente le tette, le giornate in ufficio diventano mano a mano più lunghe delle giornate di luce. Il sole, nel cielo, somiglia sempre di più a un uovo al tegamino. La campagna si trasforma in un tripudio di colori viventi e viceversa le città mutano in una desolante scala di grigi. Fuori dalla finestra c’è questa pioggerella molliccia che inzuppa ogni cosa e i marciapiedi sono tutti impiastricciati di foglie marce.
Stimolato dai recenti successi, ho scritto una poesia a riguardo. Un haiku. S’intitola Anarchia d’autunno. Te la declamo.
Dalle cime degli alberi
grandi foglie discendono
nel modo che ritengono
Bella vero?
Come dici? Che non è un haiku? Sì? E allora sai che ti dico, io? Mavaffaiku.
Navigando nei siti specializzati scopro che anche quest’anno, assieme all’autunno, arriva la notizia che i Living colour faranno scalo da queste parti.
Chiamo immediatamente Gualandri: “Veh, stronzo, sai che…”
“Sì, ho sentito”.
“E allora?”
“E allora gh’andòm”.
Gualandri è di Bibbiano.
Guardo le date. Stavolta ci tocca l’Estragon.
Speriamo bene.

Mentre siamo lì che cazzeggiamo Gualandri mi fa… oh, scusa, conosci il mio amico? Si chiama Gualandri. Insieme stiamo facendo un fumetto da proporre a Rolling stone o Rumore, le riviste di musica. Gualandri, ’scolta, ti presento il mio lettore. Lettore, Gualandri.
Dicevo, mentre siamo lì che aspettiamo, Gualandri mi riassume la recensione del nuovo album su una rivista specializzata di cui non farò il nome per mero interesse. “Una band ancora prigioniera degli anni ottanta, un funk-metal incapace di rinnovarsi e che non convince ormai più nessuno. Tecnicismi senza cuore. Niente di nuovo. Album insignificante e bla, bla e poi ancora bla”.
Rispondo qualcosa di perplesso.
Gualandri fa spallucce. “Non farci caso, quella lì è gente che ti caga solo se sei norvegese e suoni chitarre acustiche con trentadue corde. E devi avere meno di diciannove anni. Al terzo album, sei fuori”.
Sta di fatto che l’album nuovo io manco l’ho sentito. Magari la rivista specializzata di cui non farò il nome per mero interesse ha ragione. “Lo vedremo”, dico a voce alta. Ce li abbiamo qui, stasera, i Living colour. In persona. Chiariremo la questione direttamente con loro. Non manca mica molto.

Hanno spento le luci. Preparati, è il momento.
I quattro entrano in scena e attaccano la spina come solo loro sanno fare. Dal palco il suono scaturisce anarchico e autunnale. Ruvido e palpitante. Estragon permettendo, si capisce. I Living colour mettono subito in chiaro che la rivista specializzata di cui non farò il nome per mero interesse, loro, non l’hanno mai sentita nominare.
Per un primo riscontro sul nuovo album però è necessario attendere una buona mezz’ora. Ecco Burned bridges, ecco The chair, ecco Decadance. Ascolta. Tre pezzi tirati eppure fluidi, morbidi, come se si suonassero da soli. Tre pezzi, riassumendo in tre sole sillabe, stu-pen-di.
Non distrarti, neh. Non ora.
Non ora che la band infiamma il pubblico con una effervescente In bloom. Ti sta sul cazzo, vero, che qualcuno suoni i Nirvana? Anche a me. Dico, come si permettono? Beh, stasera mi tocca di cambiare idea. Sì, sì.
La serata prosegue senza requie. I quattro suonano come se fosse il loro ultimo stramaledetto concerto su questo fottuto lercio pianeta. Glover ha strappato le corde vocali a Dio in persona e sta cantando con quelle; il quarto d’ora di assolo di Calhoun è puro delirio. Reid suona come se avesse cinquanta dita invece che cinquant’anni e Wimbish adopera il basso come se fosse una mera propaggine del suo corpo. Guardati intorno. Guarda le ragazze. Stanno tutte fantasticando sulle dimensioni del suo uccello. Sara compresa. Uh, conosci Sara? La mia fidanzata. E’ quella lì imbambolata che scruta il pacco di Wimbish da almeno tre quarti d’ora. Dopo te la presento.
E’ mezzanotte e mezza. Hai un po’ sonno, vero? Il concerto è durato due ore e mezzo con la sola interruzione, doverosa, prima dei bis. Dopo una roba del genere sei estenuato ma lo stesso hai poca voglia di tornare a casa. Resti lì, una birra, ciciàri, aspetti, come se qualcos’altro dovesse ancora succedere.
Facciamo una cosa, nel frattempo. Prendi carta e penna. Scrivi.
“Cara rivista specializzata di cui non faremo il nome per mero interesse. Se non l’avevano fatto prima, gli anni ottanta, i Living colour, li hanno rasi al suolo stasera. Fatti fuori. Bruciati. Arsi vivi. Si dice che come stoppino abbiamo usato una copia del vostro spettabile giornale. Distinti saluti eccetera eccetera”.
Che dici, gli piaceranno lo stesso le nostre tavole a fumetti, a quelli di questa rivista specializzata di cui non farò il nome per mero interesse?

Prima di congedarmi mi permetto un consiglio. La prossima volta vienci anche tu a vedere i Living colour. Così, tanto per dare un’occhiata. Se non riesci a levartela dalle palle puoi portare pure la tua fidanzata. Vedrai, avrà modo di interessarsi alla serata, in un modo o nell’altro.

Setlist
Middle man
Ausländer
Which way to America?
Elvis is dead
Type
Postman
Ignorance is bliss
Burned bridges
The chair
Decadance
Go away
In bloom
Flying
Bi
Pride
Glamour boys
Young man / Release the pressure
Behind the sun
Bless those
Out of my mind
Time’s up
Cult of personality
Should I stay or should I go?
Wall / What’s your favourite color?

Band
Corey Glover – voce
Vernon Reid – chitarra
Doug Wimbish – basso
Will Calhoun – batteria

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