Un sole solerte gettava senza risparmio caldi raggi su tutta la vallata di Amenodisastro. Baciava i belli, come la giovane Capellidiseta, baciava i brutti, come il vecchio mercante Canardo di Rozzasottana. Baciava financo gli orribili, come il povero Potus.

Potus, proveniente dalle remote lande dei maiali umanoidi, era stato acquistato da Canardo la precedente primavera. Non conosceva alcun rudimento di teatro o giocoleria, ma in spregio del suo laidissimo porcino aspetto, era stato vestito con gonnellino di paglia e cappello a sonagli e messo a fare il giullare nella locanda da poco acquistata da Canardo: il Rinoceronte Scondito. Locanda… sarebbe meglio dire “infame bettolazza”, vista la trascurabile entità dell’investimento del mercante per metterla a nuovo…

Quel giorno, nonostante tutto quel lucore solare, Potus era, come sempre, di animo cupo e umore tetro. Il Rinoceronte Scondito era addobbato a festa per il matrimonio di Canardo di Rozzasottana con la giovane paesana Capellidiseta, e Potus era già stato punito otto volte con orribili tirate d’orecchio per peccati veniali per i quali, ne era sicuro, in nessun’altra parte del continente sarebbe risultato punibile. Aveva leccato una focaccia da poco messa in tavola ed era franato malamente addosso alla fantesca che portava i bicchieri per approntare la tavola, distruggendo ognuno di quei “preziosi ed antichi cimeli di cristallo”, provenienti dalla fucina del contadino Malaparte, che nel tempo libero si dilettava in spregevoli lavori di soffiatura del vetro.

Potevano dirsi reati così gravi? No di certo. Per di più Potus era sicuro che le sue orecchie erano così lunghe per colpa di Canardo, che non perdeva occasione per tirargliele personalmente o farlo fare dai suoi scagnozzi, punendolo per minuscoli misfatti con esasperanti umiliazioni. I piccoli occhi neri di Potus spaziavano nella locanda, inciampando in immagini di fervidi preparativi e indugiando ora con bavosa brama sulle focacce farcite di olive, ora con autentico terrore sulle mani dai guanti di metallo delle guardie, pronte a serrarsi sui suoi padiglioni auricolari. Ma fu con l’orrore vero dei momenti più cupi che la sua mente volò peregrina alla canzone che avrebbe dovuto suonare a tavola, e l’orrore è presto spiegato, visto che si rese al contempo conto che aveva dimenticato il suo liuto (proveniente dal laboratorio del contadino Malaparte, che nel tempo libero si dilettava in riprovevoli lavori di costruzione di strumenti musicali) nel pubblico orinatoio, giù in paese, vicino alla fontana detta “dei tre birboni”…

[continua…]

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